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mercoledì 2 novembre 2016

Accettare il mistero della morte

In questo giorno in cui si ricordano i cari estinti sorge una riflessione. Tante volte perdendo qualcuno di caro cui eravamo molto legati abbiamo fatto resistenza considerando la sua dipartita sbagliata. Qualcosa che non dovrebbe succedere. Magari ci siamo arrabbiati con l'Altissimo o ci siamo soffermati troppo a lungo a pensare cosa potevamo fare prima per evitare quella morte che non riusciamo ad accettare. 

A volte capita che un personaggio evoluto che si è messo al Servizio del mondo per aiutare l'umanità a evolvere ci lascia all'improvviso, ed ecco che sorgono domande istintive: Perché proprio lui che era al Servizio e poteva essere d'esempio? Perché proprio ora che c'era ancora bisogno di qualcuno come lui? Perché così giovane? Chissà cosa poteva ancora darci della propria essenza se non se ne fosse andato dall'oggi al domani.


Cimitero monumentale di Alessandria - Foto dell'autrice
Queste sono domande della personalità che teme la morte, teme tutto ciò che non pare avere un senso, che si attacca al bisogno di una certa figura e soprattutto ragiona nella dualità, nella polarità tipica della materia che conosce morte opposta a vita, mondo terrestre opposto a mondo sottile, corpo opposto a spirito.

La saggezza sta nel smettere di farsi domande senza risposta logica e accettare che non possiamo sapere cosa spinge un'anima a fare un salto improvviso dal mondo materiale a quello dello spirito, o aldilà. Può essere una ragione karmica o evolutiva che solo quell'anima può sapere. 
E non è detto che quell'anima non continui ad aiutare l'umanità a evolvere ma su altri piani per noi invisibili.

Con questo non intendo giudicare come sbagliato il soffrire per questa sensazione di mancanza di senso. E' qualcosa invece da accogliere come nostra parte umana, fragile, insicura, incapace di affidarsi all'intelligenza cosmica.
Si può restare in raccoglimento per sentire il dolore per queste domande spontanee che ci ossessionano. Anzi, si deve starci dentro per permettere loro di sciogliersi alla luce della nostra osservazione amorevole.

Però poi lasciamo andare, affidiamoci alla vita. L'insegnamento che una persona ci ha lasciato resta nel nostro cuore, il senso di quell'esistenza non va mai perduto.

giovedì 28 luglio 2016

Sorella Morte


La nostra vita è costellata di piccole morti simboliche: il cambio dei denti da latte da bambini, passare da un livello di scuola ad uno superiore, ogni volta che ci lasciamo con un partner, che cambiamo casa o lavoro, che smettiamo di fumare, ogni taglio di capelli, ogni volta che buttiamo vecchi vestiti per far spazio a nuovi. 
Anche fare un salto evolutivo grazie a una nuova consapevolezza rappresenta una piccola morte necessaria.
Andare a vivere da soli lasciando la propria famiglia d'origine è un'altra morte necessaria. Il bambino dipendente deve fare spazio all'adulto indipendente, contando sulle proprie forze.

Dal mio libro Manuale rock per guerrieri danzanti
Nell'esperienza di coppia, come ricorda Clarissa Pinkola Estés, c'è sempre lo spettro della morte in agguato a terrorizzarci, a fare capolino dietro lo splendore dell'innamoramento.
Intendo che non è solo la paura della fine del rapporto, ma anche dell'eventuale delusione, dell'eventuale abitudine che tutto appiattisce.
Ma per accettare l'amore totalmente dobbiamo accettare la vita totalmente, e per farlo non si può evitare la morte in quanto complementare alla vita. Non esiste vita senza morte né morte senza vita, e l'innamorato deve tenerne conto. 
Amare è farlo nonostante quello spettro, è guardare nelle orbite del teschio (...). 
Non si può scappare dal coinvolgimento pensando di ingannare Sorella Morte.

Teschio (cimitero di Pisa) - Foto dell'autrice 
Inoltre, la stessa Pinkola Estés spiega che a livello archetipo, nell'inconscio collettivo, le ossa sono simbolo dell'anima. Così come esse restano dopo la dissoluzione dei tessuti molli, l'anima resta dopo la dissoluzione del corpo fisico. 
Senza ossa saremmo sacchi di carne, senza anima saremmo automi.
Secondo una leggenda messicana da lei narrata nel celeberrimo libro Donne che corrono coi lupi, cantare sulle ossa raccolte nel deserto significa ricomporre i frammenti dell'anima fino al ritorno alla propria integrità.

La tendenza di alcune rockstar, specie nell'ambito dell'heavy metal, a comparire in foto e sul palco con teschi in mano o truccati da morti, al di là del desiderio di scioccare o far provare ribrezzo, cela in realtà il coraggio di guardare la propria paura della morte in faccia per farci amicizia. Se non si affrontano le proprie paure arrivando a riderne, non si sarà mai veramente liberi di vivere senza paura.
Truccatevi da scheletro e guardatevi allo specchio. Che cosa provate? Lì c'è un'importante lezione per voi.

lunedì 2 marzo 2015

La morte dell'Ego

Mi piace pensare che, tra le tante interpretazioni esoteriche possibili, la morte di Gesù in croce sia anche una bella metafora della morte dell'Ego.

In fondo, sappiamo che già in miti antichi alcune divinità erano morte e risorte come Osiride, Horus, Dioniso, Tammuz. Gli studiosi interpretano questa morte e resurrezione come simbolo dell'avvicendarsi delle stagioni. Il 22 dicembre il sole è nel punto più basso all'orizzonte e lì resta per tre giorni, in prossimità di una costellazione denominata la Croce del Sud. Il 25 dicembre si muove verso nord, quasi a salire sulla croce. Questo spiegherebbe anche l'origine della croce celtica, così diffusa in Irlanda: una croce cerchiata, ovvero il sole su di essa.


Gesù, Ted Neeley - Foto delll'autrice
Al di là dell'interpretazione cristiana, poi, è interessante soffermarsi a pensare che, come spiega in maniera magistrale Eckhart Tolle, il nostro Ego è terrorizzato dall'annientamento, è sempre lì in agguato sulla difensiva, vuole restare vivo a tutti i costi ed escogita i modi più sottili per ingannarci.
La morte dell'Ego è passare attraverso la paura dell'annientamento per scoprire che senza siamo più vivi che mai, siamo noi stessi. Il Regno dei Cieli si schiude quando ci arrendiamo a questa morte. Non c'è più nulla da combattere, di cui temere. 
Bisogna solo attraversare il ponte di dolore messo in piedi dall'Ego stesso. E' questo che fa più paura: passare attraverso il dolore. Salire al Golgota.

Tutto il resto è pace. La resurrezione: torniamo a noi stessi, alla purezza dei senza-Ego. 

mercoledì 11 febbraio 2015

Corvi della battaglia

Fin dal Neolitico, il corvo è stato associato alla morte e alla rigenerazione in quanto necrofago (o saprofago). Con l'avvento della civiltà indoeuropea di stampo guerriero, i corvi vennero associati alla morte in battaglia. 
Corvo faretra - Foto dell'autrice
Famosa è la figura della Morrigan, la dea della guerra celtica che era associata, appunto, al corvo. In Gallia questa dea si chiamava Catubodua (cioè Corvo della battaglia) o Bodua (corvo).
Nella mitologia nordica Odino (Wotan) è accompagnato da due corvi, i suoi messaggeri, che sono associati alla visione e alla profezia.
Tra i nativi nordamericani il corvo è l'animale ambasciatore di magia e protettore contro le forze del male.

Mi piace l'associazione con la rigenerazione poiché, in effetti, quando qualcosa muore c'è sempre qualcos'altro che nasce. Quando accogliamo cose vecchie e morte come parte del percorso di vita, da queste può nascere qualcosa di nuovo, di costruttivo, dalla pesantezza di ciò che viene tralasciato si torna a una nuova leggerezza.
Possiamo sfruttare ciò che è morto o sta morendo per rinnovarci. Un albero morto può servire da concime per la terra che darà vita ad altri alberi, nutrendo i semi con ciò che imputridisce.

Questa è la saggezza del corvo. Non esiste battaglia che non si possa affrontare perché ognuna, sia che la vinciamo o perdiamo, ci porterà rinnovamento. Vedremo le cose alla luce dell'esperienza vissuta e, se sapremo farne tesoro, diventeremo più saggi.

Nei Tarocchi la carta della Morte non è negativa. E' la carta della rigenerazione, del vecchio che muore per far posto al nuovo. La Morte fa pulizia del superfluo e ci dà la spinta verso il
Corvo totem - Foto dell'autrice
cambiamento radicale. 


Divenire corvi della battaglia significa essere disposti a rivedersi ogni momento, a rimettersi in discussione, a rientrare in gioco anche dopo una sconfitta. Il corvo della battaglia sfrutta l'occasione di nutrirsi di esperienza per non commettere di nuovo gli stessi errori. E' profetico perché sa vedere oltre, oltre che imparare dall'esperienza. 
Ed essendo messaggero degli dèi, è anche in grado di ascoltare i messaggi inviati dal Divino. Il corvo sa ascoltare, interpretare le cose del mondo in senso verticale. Per questo è stato scelto da Odino.

E' tempo di tanti nuovi corvi della battaglia. Il mondo odierno ne ha bisogno.

giovedì 3 luglio 2014

Se non sai di avere un'anima

Una cosa di cui non ha mai dubitato fin da bambina, nemmeno nei periodi più bui del turbamento adolescenziale, è di avere un'anima.

Può sembrare ovvio, ma ho scoperto che non lo è. Recentemente mi è capitato, nel corso di conversazioni con amici e conoscenti, che non è poi così scontato che tutti gli esseri umani sentano di averne una.
Adulti intelligenti, magari pure piuttosto colti, riconducono i propri talenti, le aspirazioni, i moti di commozione davanti alla Bellezza un mero frutto delle proprie cellule.
Come su un essere vivente potesse davvero essere solo un ammasso di cellule che cammina, parla e pensa senza contenere un legante che fa la differenza tra la vita e la morte.

Per legante intendo ciò che con la morte fisica smette di essere nel corpo, per cui lo stesso corpo fisico comincia a decomporsi.
Cosa fa battere il cuore già nell'utero materno? Gli scettici dicono che sono gli impulsi elettrici del cervello. Bene, è verissimo. Ma da dove nascono quegli impulsi che noi chiamiamo per estensione vita?

Autoritratto dell'autrice
Se non sai di avere un'anima sei completamente perso in questo mondo. Perché non hai punti di riferimento, non hai un centro. Non hai una casa
Nessuna casa materiale né altra cosa sulla Terra può a farti sentire a casa e da lì vengono tutti i turbamenti della vita.
La disperazione del non sapere cosa siamo e perché siamo stati gettati nel mondo.
In realtà lo abbiamo scelto ma non lo ricordiamo.

Se non sai di avere un'anima su cosa fai affidamento?
Per forza che gli esseri umani sono terrorizzati dalla morte e fanno di tutto per campare cent'anni, vivono con l'ansia di non essere riconosciuti dal resto del mondo, di non essere importanti. Per questo ucciderebbero per un secondo di celebrità.
Se non sai di avere un'anima temi la morte perché per te rappresenta la fine di tutto.

I pessimisti vedono nella vita un susseguirsi di azioni per mera sopravvivenza fisica di una corpo destinato allo sfacelo, in un mondo senza senso e senza giustizia.
Chi ha fede, vede la Bellezza. Perché sa di avere un'anima e di non essere solo un essere vivente a scadenza limitata.

Autoritratto dell'autrice
Credo che esista, nelle persone di fede, una vaga memoria di ciò che c'è dall'altra parte. Prima e dopo la vita sulla Terra. 
Quella che gli atei chiamano illusione dell'aldilà nel vano tentativo di avere conforto spirituale in un mondo senza Dio, in realtà è una vera e propria certezza di aver vissuto anche prima di emettere il primo vagito in questa vita.
L'immortalità della nostra anima la senti o non la senti.
Dipende da quanto ancora devi vivere nella materia prima di ricordare che non sei solo materia.

Nel frattempo, sarebbe bello se chi non si è mai posto la domanda se ha o no un'anima cominciasse a cercarla dentro di sé.
Ricontattandola. 

Quando senti di avere un'anima, sai di essere al sicuro. Hai un posto dove andare. Qualsiasi cosa succeda, hai il tuo Centro.

lunedì 25 novembre 2013

Il timore della perdita

Foto dell'autrice
C'è una grande verità che alla maggior parte della gente sfugge: chi più teme la morte teme anche la vita.
Ponendosi al riparo da certe situazioni considerate minacciose, dalla perdita delle persone e delle cose, si rischia di non vivere.

La misura della nostra paura è nella lacerazione che proviamo quando dobbiamo rinunciare a un'idea, a un oggetto cui siamo affezionati o ci pare indispensabile, a una relazione. 

Così, irrigiditi sulle nostre posizioni nel timore di perderle, ci congeliamo e cristallizziamo anche la nostra energia.
Questo ci impedisce di far spazio al nuovo.

Dobbiamo accettare una volta per tutte che nulla è permanente.
Uno dei concetti fondanti del buddismo è l'impermanenza.
Quando lasci che le cose vadano e vengano nella tua vita, perché nulla è per sempre, e perché tanto non puoi avere il controllo su tutto, allora ti rilassi e la vita comincia a cambiare.

Per lasciar andare dobbiamo avere il coraggio di immaginare di perdere tutto, anche le persone più care. Possiamo perdere i genitori, i figli, gli amori, le amicizie, i soldi, il lavoro, la casa.
Foto dell'autrice
Ma se ci siamo stati fino in fondo, con loro, se ce li siamo goduti come un dono, comprendendo il loro valore, allora possiamo accettare il fatto che non saranno per sempre con noi.

Tutto cambia. La vita fluisce.
Sta a noi decidere se fluire con essa, goderci il viaggio, e aprirci con fiducia al nuovo, oppure fare resistenza e star male per la maggior parte del tempo.

Nulla si perde davvero, in fondo, resta tutto dentro di noi, se lo abbiamo amato e onorato come meritava.



martedì 19 novembre 2013

Godersi il viaggio

C'è una storiella molto efficace narrata da Padre Anthony De Mello riguardo al nostro atteggiamento nei confronti della vita.


Foto dell'autrice
Narra di un gruppo di turisti che, mentre viaggiano in pullman, invece di guardare il panorama fuori, tengono le tendine accostate e intanto passano il tempo a spettegolare, a criticare chi si è seduto in un certo posto, chi è meglio vestito, e così via... Fino a che il viaggio finisce e loro non hanno mai guardato fuori, riempiendosi gli occhi della maestosità del paesaggio, godendosi il viaggio. 

Quanta gente vive così la propria esistenza?
Passa la vita ponendo attenzione alla forma, dando importanza fondamentale e imprescindibile a piegare bene le lenzuola e stirare anche gli strofinacci della polvere, e mai alza gli occhi per vedere quanto di bello c'è nel percorso di vita.

Si preferisce lustrare la propria gabbia con cura, magari dipingendo pure le sbarre d'oro, ma resta sempre una gabbia.

Cosa state aspettando? 
Di essere pronti? Pronti per cosa? Non lo sarete mai, perché le vostre resistenze vi diranno che non lo siete.

Smettete di fare la maggior parte delle cose che vi sembrano fondamentali, ma che in realtà vi stanno distraendo dal viaggio, e fatelo ora!
Foto dell'autrice
O quando penserete che sia venuto il momento di rilassarvi un attimo e guardare fuori, il vostro viaggio potrebbe essere arrivato alla fine. Capolinea. Morti.

E allora cosa sarà stata la vostra vita? Un insieme di preoccupazioni inutili, di negatività gratuite, di giudizi fuorvianti.
E la vita vera non l'avrete neppure sfiorata.

Vivete ora! Godetevi il viaggio ora!

venerdì 2 agosto 2013

Il succo della vita secondo Thoreau

C'è un libro meraviglioso che tutti dovrebbero leggere, scritto da un visionario, da un'anima profondamente spirituale e selvaggia, un poeta rivoluzionario: Walden - Ovvero vita nei boschi di Henry D. Thoreau (BUR).
Foto dell'autrice


Il modo in cui questo scrittore descrive il suo amore per la vita nella natura selvaggia, l'insensatezza del mondo cosiddetto civile, ma soprattutto la sua conoscenza delle verità spirituali nei testi orientali - buddisti e induisti - ne fanno un libro sublime, che lascia un segno indelebile nelle coscienze.

Essere svegli significa essere vivi. Io non ho ancora incontrato un uomo che fosse completamente sveglio, scrive Thoreau.
Dobbiamo imparare a risvegliarci e a mantenerci desti (...). Non conosco nulla di più incoraggiante dell'incontestabile capacità dell'uomo di elevare la sua vita con uno sforzo cosciente.
L'arte più degna è la capacità di influire sulle qualità del giorno.
Ogni uomo ha il compito di rendere la sua vita, anche nei dettagli, degna della contemplazione delle sue opere più belle e più critiche. 

E poi, la frase citata anche in un film famoso, L'attimo fuggente:
Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. 


mercoledì 17 luglio 2013

L'insicurezza e la paura delle molte morti

Come scrive Stuart Wilde nel libro Il tuo Potere Invisibile e Silenzioso (Macro Edizioni), se le problematiche riguardo alla sicurezza dominano la nostra vita, è per la paura della morte, ma non necessariamente quella fisica.

La nostra mente pensa che se una relazione finisce, noi non saremo in grado di reggere, se perdiamo il lavoro rischiamo la fame, se lo cambiamo magari il nostro tenore di vita sarà più basso, se perdiamo un'amicizia saremo soli, e così via.

Ciò che spaventa la gente è la morte delle cose, scrive Wilde.

A livello profondo, nel subconscio, ogni perdita o rischio di perdita diventa una minaccia di sopravvivenza, come se ne andasse davvero della nostra vita. 
In realtà, è il nostro Ego a temere la sua morte, e ne ha ragione.
Ma per noi sarebbe solo un guadagno, se l'Ego morisse un po'.
Invece ci identifichiamo con esso, e ogni insicurezza nasce dalla paura di perderlo.


To the Moon - Foto dell'autrice
E' una guerra energetica.

Spostando però l'attenzione dal fragile mondo esterno dominato dall'Ego al mondo dello spirito, immutabile ed eterno, ecco che acquisiamo più sicurezza, diventiamo potenti.

Accogliendo la vita per come la trovi anziché lottare contro di essa; allora saprai che non esistono né la morte né il fallimento.

martedì 16 aprile 2013

Il consumismo e la paura della morte

Pochi giorni fa qualcuno mi ha detto una cosa molto interessante:
Questa ossessione per il possesso e l'accumulo di beni viene dalla paura della morte. Se non si ha più un rapporto spirituale con la vita, e di conseguenza con la morte, l'unico modo per riempire questo vuoto pieno di terrore è l'illusione di consumare il più possibile. 

Penso che questa riflessione contenga qualcosa di profondamente vero. 
Non c'è dubbio che i popoli più spirituali siano anche quelli meno consumisti.
Non hanno un vuoto profondo da colmare.

Foto dell'autrice
A dire il vero, ancora non capisco quale logica porti ad accumulare beni per paura di morire. A me verrebbe da fare il contrario: averne pochi per evitare che si disperdano o vadano buttati.

Evidentemente, la logica comune segue percorsi differenti.
Forse, credendo che non esista più nulla dopo la morte fisica, negando l'esistenza di un aldilà, si cerca di soddisfare più piaceri possibili, fino a diventarne dipendenti. Si diventa compulsivi.

Ma godere delle cose in funzione della nostra transitorietà, come principio non è affatto sbagliato. 
Allora dove finisce il godimento finalizzato alla consapevolezza del momento transitorio e dove comincia la paura ossessiva?

Lascio la risposta a un team di psicologi, sociologi e maestri spirituali.

mercoledì 3 aprile 2013

La dualità femminile

Se le donne vogliono davvero farsi conoscere dagli uomini, devono far loro comprendere la propria natura duale.

Scrive Clarissa Pinkola Estés in Donne che corrono coi lupi (Frassinelli):
Con la donna selvaggia si è in effetti in presenza di due donne: un essere esterno e una creatura interiore, una che vive nel mondo di sopra, e una che vive in un mondo non facilmente visibile. L'essere esterno (...) è spesso pragmatico, acculturato e molto umano. La creatura, per contro, spesso sale in superficie arrivando da molto lontano (...) lasciandosi sempre dietro una sensazione: qualcosa di sorprendente, originale, sapiente.

(...) Il paradosso della natura gemella delle donne è che quando un lato è più freddo, l'altro è più caldo. (...) Spesso un lato è più felice ed elastico, mentre l'altro tende al "Non so". (...) 
Queste "due-donne-che-sono-una" sono elementi separati ma congiunti che si combinano in migliaia di modi.

Statuetta dell'età del Bronzo - Foto dell'autrice 
D'altro canto, l'archeologa Marija Gimbutas spiega che statuette di gemelle siamesi e coppie madre/figlia sono state prodotte per tutto il Neolitico e oltre.
Esse rappresenterebbero il carattere ciclico della Dea nei suoi aspetti estivo/invernale ma anche giovane/vecchia. Un'idea che porta in sé l'accettazione profonda della ciclicità della natura e del rapporto vita/morte.

La Dea Madre anticamente ha moltissime manifestazione, spesso in netta contrapposizione tra loro: è creatrice, dispensatrice di vita, madre amorevole, e per questo raffigurata come grassa o gravida; 
ma è anche Dea uccello, a volte rapace come la civetta, oppure avvoltoio o corvo, associata alla morte, all'aldilà. Raffigurata bianca, magra e rigida, ovvero - in modo inequivocabile - la Bianca Signora.

Statuetta neolitica (Gozo) - Foto dell'autrice
Ma a interpretare in senso junghiano queste raffigurazioni, nonché i relativi concetti, la potenza del due - per usare un termine caro alla Gimbutas - non è altro che un riconoscere la natura duale del femminile. 
Il pianeta Terra stesso è dispensatore di vita ma capace di terremoti, inondazioni e terribili eruzioni vulcaniche.

In conclusione, se non si accetta questa natura duale della psiche femminile - specchio del pianeta stesso - non si potrà mai comprendere appieno la donna. E se non si comprende la donna, non si comprende la Vita.




martedì 2 aprile 2013

L'uovo, simbolo ancestrale di rinascita

Già dal Neolitico il simbolismo dell'uovo richiama il concetto di rinascita modellata sulla continua ri-creazione del mondo.

L'uso rituale delle uova a Pasqua è in realtà la cristianizzazione di riti primaverili arcaici di rigenerazione.
Uovo dipinto dell'Ucraina - Foto dell'autrice
Ancor oggi nei paesi slavi e baltici le uova sode si dipingono di rosso, con vortici, spirali, serpenti e mezzelune o motivi vegetali di derivazione neolitica. 
Si depongono uova nella terra arata, di buon auspicio per una rinascita vegetale.
Nelle festività dei morti l'uovo è inserito come offerta nelle tombe per invocare la rigenerazione.

Il mito dell'uovo cosmogonico è comune a moltissime culture antiche: un uovo cosmico deposto da un uccello acquatico.
Nei vasi ellenici e minoici un uccello porta dentro di sé un uovo rosso oppure simile a un seme germogliante.

L'uovo è associato anche all'utero: uova fluttuanti su un fondo striato, che probabilmente rappresenta le acque della vita, sono comuni in molte rappresentazioni antiche nei Balcani ma anche a Malta.
Foto dell'autrice


E - come ci racconta l'archeologa Marija Gimbutas nel libro Il linguaggio della Dea (ed. Venexia) - a Malta, come anche nelle Baleari, in Sardegna, Corsica, Italia centrale e meridionale e in Sicilia, sono moltissime le tombe a nicchie ovoidali scavate nella roccia. 
Simboleggiano l'utero della Dea da cui la vita dovrebbe riemergere.

Il monumento più stupefacente, scrive la Gimbutas, è l'ipogeo di Hal Saflieni a Malta, un enorme ossario-santuario labirintico sotterraneo (...). E' un insieme di numerose camere ovoidali di varie dimensioni collegate (...).
Le tracce di colore presenti nella maggioranza delle camere, svelano che originariamente le tombe erano dipinte tutte in rosso oppure avevano simboli dipinti in rosso.
L'ipogeo di Hal Saflieni non era semplicemente una necropoli, bensì un luogo di sacri misteri concernenti la morte e la rinascita. (...) Qui, nell'umida oscurità dell'utero, l'energia potente della terra e il mistero degli inizi della vita nella morte venivano esperiti attraverso uno stato di accresciuta coscienza.

domenica 24 marzo 2013

E se volessimo un funerale alternativo?

La mia riflessione di oggi nasce da una domanda: chi è pagano o di confessioni non riconosciute come può farsi fare un funerale secondo i suoi principi?
Se non è ateo e non vuole un funerale laico, ma nemmeno si riconosce nelle principali religioni, come organizzarsi un funerale pagano o wicca o sciamanico?

Sciamana siberiana
Come vorremmo che fosse? Invocazioni all'aria aperta, un bel fuoco sacro acceso, canti, balli, tamburi, un banchetto? Tutto questo insieme? Sarebbe fantastico.
Ma chi dovrebbe celebrarlo? Un druido, una sacerdotessa wicca, uno sciamano riconosciuto o tutti gli amici insieme?
E la preghiera? Quale vorremmo?

Pregare, bruciare incenso e candele sono delle costanti nei rituali di tutte le religioni.
Si dice che l'anima ha bisogno di essere accompagnata con preghiere e candele nella sua dipartita o si rischia di diventare anime vaganti. 
Anime cha hanno perso la strada verso la Luce, l'Uno, il Tutto, o il Paradiso che dir si voglia.
Per ricongiungersi alla Fonte dobbiamo essere accompagnati da preghiere, non importa di quale confessione.
Questo è fondamentale.
Qualcuno dice addirittura per 40 giorni dopo la morte fisica.

Tamburo sciamanico
In questo mondo standardizzato è difficile sottrarsi alle tradizioni, quasi inevitabile.
Lasciamolo scritto da qualche parte, parliamone a familiari e amici. Contattiamo sacerdoti di confessioni che ci appagano di più e chiediamo consiglio.

Bisognerebbe creare una rete di associazioni per sostenere queste ultime volontà.

mercoledì 26 dicembre 2012

Brancolare nella nebbia


In questa giornata nebbiosa, mentre tornavo a casa in auto mi sono ricordata di un episodio accadutomi quando ero al liceo.
Una mattina stavo pedalando verso la mia scuola, e la nebbia era così fitta che a un tratto mi ritrovai al cento di una piazza vuota incapace di vedere a un metro di distanza.
Rallentai, poi dovetti fermarmi piena di inquietudine. 
Attorno a me non c'erano suoni né punti di riferimento, nessun ostacolo né persone che passassero accanto. Ero nel nulla assoluto.

Non ricordo quanto durò quella sensazione, ma a un tratto mi chiesi se per caso non fossi morta e quello fosse una sorta di limbo o giù di lì...
Soltanto oggi ho compreso quanto fosse assurda quell'associazione di idee: nebbia = morte o aldilà.

In realtà, è la vita che spesso ci appare come un brancolare nella nebbia, un sentirci sperduti e senza punti di riferimento.
Foto dell'autrice
E' quello che fa la gente normalmente, aggrapparsi agli ostacoli piuttosto che lanciarsi fiduciosi nel nulla, perché quella bambagia attorno ci fa sembrare il futuro troppo indistinto, pericoloso.
Chissà cosa ci aspetterà mai oltre quella cortina di nebbia, pensiamo. Magari ci sbatteremo la faccia contro prima di poterci fermare e ci faremo male...

E' troppo difficile pensare che siamo sempre al sicuro anche nella nebbia più fitta. Che basta affidarci, all'istinto ma anche alla Coscienza Superiore che ci guida.

Anni fa ho sentito una persona raccontare che in stato di coma dopo un incidente, mentre veniva risvegliata dai medici, gridò:
"Non voglio tornare nel sonno dei viventi!"
Ecco quello che la nebbia dovrebbe rappresentarci: il sonno della coscienza in cui siamo immersi credendo di essere svegli.
E' quel sonno che ci fa credere di essere soli nel nulla.