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sabato 4 giugno 2016

Manuale rock per guerrieri danzanti

Questo post è un invito a tutti i lettori a partecipare alla campagna di crowdfunding per pubblicare il mio saggio Manuale rock per guerrieri danzanti con la casa editrice Bookabook. La campagna partirà ufficialmente il 15 di giugno sul sito omonimo.

Non è facile scrivere in poche righe di un libro che è nato da un'intuizione: il rock e la cosiddetta spiritualità non sono separati. Il rock ha un'aggressività in sé che è tutta grinta in potenziale, basta imparare trasmutarla.
Nel testo si sfatano molti luoghi comuni duri a morire, su entrambi gli argomenti. 
Si affronta, inoltre, il problema dei testi delle canzoni che troppo spesso sono collegati alle emozioni basse, di pancia, nella totale separazione. Eppure, esistono molte canzoni a l'ottava alta, cioè piene di consapevolezza.


Crowdfunding  rock book - Foto dell'autrice
E voi, siete pronti a diventare guerrieri danzanti? Siete pronti ad abbandonare vecchi schemi e pregiudizi per vedere il mondo con occhi nuovi? Se vi sentite dei demolitori di Sistemi in potenziale, aiutate questo libro a diventare realtà!

Non c'è ribelle più efficace di un essere umano sveglio che sa esattamente che cosa è venuto a fare sul Pianeta.

Per chi vive nei dintorni di Torino, la campagna verrà presentata in anteprima sabato 11 giugno a Chieri. I dettagli sono sulla locandina che compare nel post.
Vi aspetto numerosi!


venerdì 27 novembre 2015

Vivere col freno a mano tirato

Scrive Gregg Braden nel libro La Matrix Divina: Il punto focale dei nostri sentimenti diventa la realtà del nostro mondo.

Nonostante sappiamo che le nostre emozioni e paure creano, e di certo creeranno la realtà che non vogliamo, stentiamo a lasciarci andare completamente, con fiducia nella vita ed entusiasmo.
Qualcuno avrà sperimentato la sgradevole e frustrante sensazione di vivere come se avesse il freno a mano tirato. 

I nostri non posso, vorrei ma, non ci riesco, è troppo caro, ho poco tempo, non c'ho testa, non sono dell'umore giusto, non so con chi andare a quel concerto, ho troppi impegni, ecc. sono come una palla al piede che ci trasciniamo dietro inutilmente e che ci impedisce di vivere pienamente le esperienze che entrano nel nostro campo di possibilità. 

Bloccata - Foto dell'autrice
Esiste una sensazione fisica del non posso. E' un blocco interno di cui non si trova la chiave, una chiusura in sé stessi, un'incapacità di vedere oltre la preoccupazione del momento, magari legata alla mancanza di denaro o al senso di solitudine. Sotto sotto, scorre una paura profonda, che gela. E' qualcosa di percepibile chiaramente ma non si comprende fino in fondo che paura sia, in sostanza.
Di lasciarsi andare? Di vivere? Della libertà? Della povertà? Delle conseguenze di un'eventuale errore? Di stancarsi? Di mettersi in gioco? Pigrizia? Codardia? Mancanza di volontà o di autostima?
Magari tutte queste cose insieme?

Non ho una risposta. Ma sicuramente queste paure nascono da una profonda sfiducia nei confronti della vita. E' un blocco psichico/energetico difficile da sciogliere. Probabile che si sia formato nell'infanzia, a causa di condizionamenti parentali ed esperienziali.

Come sempre, l'osservazione permette alla persona di vedere questi schemi che la condizionano nell'azione. E vedendoli, la luce della consapevolezza già li rende meno potenti. 
Ma il vero succo della questione è che chi si sente in qualche modo impedito, impotente, si pensa separato dal mondo dando ad esso un'importanza abnorme. 
Imparando a concepire noi stessi come parte fondante e imprescindibile del mondo, ecco che tutto si ribalta.
Se io e il mondo siamo una cosa sola, allora non esiste una forza esterna a me che mi blocca. Non esiste mancanza di denaro né di tempo, né di condizioni favorevoli per fare ciò che vorrei.

Ogni volta che diciamo non posso in realtà stiamo dicendo, anche se a livello inconscio, non voglio.

venerdì 10 aprile 2015

Ascoltare il sesto senso

Quante volte ascoltiamo più la mente che ci dice cosa dovremmo o non dovremmo fare di quella certa sensazione che ci dice che invece? Quasi sempre. 
L'essere umano per sua natura, specie quello contemporaneo, si fida di più dei suoi pensieri e convinzioni, degli schemi autoimposti come fossero i mattoni su cui si fonda il proprio senso di sicurezza che del proprio sentire.
L'intuito non è incasellabile, schedabile, analizzabile al microscopio. E così, l'homo sapiens roboticus preferisce ascoltare ciò che dice la logica, ancora meglio ciò che è scritto in agenda.

Sesto senso (gatto) - Foto dell'autrice
Eppure, posso testimoniare che tutte le volte che ho sentito delle sensazioni inequivocabili davanti a una persona, nello specifico che non vibrava con me (non che fosse negativa) e poi ho ascoltato la mente che mi diceva di non credere alla prima impressione, di non fare la difficile, eccetera, beh, alla fine ho dovuto ricredermi perché l'esperienza mi ha dimostrato che l'intuito è tutto.

Mi è capitato di essere quasi telepatica. Con una persona per cui avevo un forte sentimento è successo più volte che passando davanti a un negozio o camminando per la strada sentivo che quella persone era lì, e subito dopo la incontravo.

Ultimamente mi è capitato di strappare un paio di jeans e pensare che però non avevo tempo da perdere in shopping perché quel giorno mi ero ripromessa di lavorare a una cosa impegnativa a casa.
Eppure, di colpo ho sentito che dovevo assolutamente andare al mercato, anche se nel tempo ho perso l'abitudine di andarci a comprare - di solito la verdura e la frutta.
Ho deciso di ascoltare il mio sentire e solo dopo ho capito perché: quel giorno c'era un banco che aveva jeans di ottima fattura a prezzi stracciati perché in stock. E, indovinate un po'? Ho trovato un paio di jeans della mia taglia (l'unico pezzo sul banco di quella misura!) a un prezzo incredibile.

Questo è seguire il sesto senso. Se qualcosa ti dice che devi fare una cosa, urgentemente, anche se avevi programmato di fare altro, FALLA!

lunedì 22 dicembre 2014

Fidarsi del proprio sentire

Siete così abituati ad albergare nella mente, giudicando in base a giudizi mentali e schemi, che avete dimenticato che l'ultima cosa che conta quando avete davanti una scelta da fare è usare il mentale.  
Il mentale è molto bravo a fare elenchi con la spunta:
questa cosa o questa persona mi piace perché ---
Ma la mente non vi dice cosa piace davvero a voi, cosa risuona con il vostro essere più profondo ed autentico. La mente vi dice cosa piace a lei.


La Luna - Foto dell'autrice
Se restate nel sentire, mentre siete davanti ad una persona o in una situazione, capirete se la risposta è SI' o NO.
A volte capita il contrario di quanto normalmente viene detto, cioè che la mente dice SI' perché si innamora di un'idea, ma il corpo (non quello emotivo ma quello in contatto con l'anima) dice NO.

In questo specifico caso non è più la paura ad essere l'avversario da affrontare, ma l'idea illusoria e magari romantica di qualcosa che vorreste ma che però, per qualche ragione sconosciuta, non è del tutto in sintonia con il vostro vibrare.

Chi è abituato a stare nel proprio sentire riesce a percepire l'energia e il sole interiore di una persona. A volte, nonostante tutte le buone premesse - tutte mentali - si può sentire che l'energia emanata da una persona (in cui vibra anche il corpo emotivo e mentale) non  convince. Questo non significa necessariamente che sia negativa o  pesante. 
Qualcosa a livello vibratorio non coincide. 
Se però siete sedotti dall'idea di come la cosa dovrebbe andare a finire, dicendo SI' anche se il sentire dice NO, vi state andando a complicare la vita. Vi troverete nei guai, creando sofferenza a voi stessi e a chi è coinvolto.


Foto dell'autrice
A volte vi trovate a sentirvi spiazzati, perché riconoscete che il sentire è in conflitto con il desiderio. Spesso, di colpo vi sentite investiti di dubbi che vi pesano addosso come macigni.
L'unica cosa saggia da fare è sedersi appena possibile in un luogo appartato o in un posto che sentite vostro, e stare dentro il dubbio. Se vi provoca anche un senso di disagio fisico respirate dentro quel disagio, restando nel Qui e Ora senza pensare al problema in sé.

Prendetevi tutto il tempo che vi serve. Ancora e ancora. Non date retta alle aspettative altrui né alla fretta. Lasciate che il sentire vero, autentico, emerga per dire se è SI' o NO.

Fidatevi di voi stessi. Del vostro sentire profondo.

venerdì 22 agosto 2014

Fare i capricci

Fin da bambini, fare i capricci è un evidente tentativo di ottenere qualcosa che si desidera attraverso una manifestazione emotiva negativa ed esagerata. 
Se nel bambino questo tentativo può essere comprensibile in quanto non ha ancora sviluppato una conoscenza sufficiente di sé e del mondo e agisce per tentativi, per scoprire i limiti degli adulti - quanto e cosa può ottenere - non lo è più nell'età adulta.

Eppure, proprio perché questi schemi si sono stratificati nell'infanzia, da adulti si agisce nello stesso modo, anche se non così plateale. Lamentandoci cerchiamo di manipolare le persone o gli eventi affinché si conformino al nostro volere, senza comprendere che l'energia che inviamo fuori ci torna indietro nella stessa misura. 
Come scrive Eckhart Tolle, pensare di ottenere delle cose che pensiamo ci facciano felici partendo dall'infelicità è semplicemente folle. Eppure è propri così che funzionano la mente e il corpo emotivo. Pensiamo che se siamo infelici la vita ci deve in qualche modo, prima o poi, risarcire.


Foto dell'autrice (Quadro di Isara Graziano)
Osservazione e Consapevolezza sono sempre gli strumenti giusti per interrompere questo circolo vizioso di infelicità che ne richiama altra.

Come genitori, dovremmo prendere coscienza che il resistere a un capriccio di un figlio è la cosa migliore per lui, perché impara da subito che non è così, con una manifestazione emotiva negativa, che si può ottenere soddisfazione. Molti genitori, purtroppo, si sentono in colpa e scambiano la fermezza per mancanza d'amore, trascuratezza. Questo è un errore madornale che andrebbe corretto il prima possibile. 

Esercitando la Presenza vera con i figli - cioè l'attenzione al momento presente, non  la presenza fisica - si può osservare quel senso di colpa emergere, e nello stesso tempo l'energia sviluppata con questo stato di consapevolezza viene percepita dal bambino come Forza intrinseca del genitore. A quel punto il bambino comprende la differenza tra fermezza e opposizione sorda.
La fermezza non può che essere un bene perché pone dei confini e indica la strada verso la calma e la forza interiore.
Da questo, nasce l'autorevolezza. Il contrario dell'autoritarismo, che è a sua volta uno stato negativo.

giovedì 12 giugno 2014

La vita è un palcoscenico

Uno dei modi per disidentificarsi con il proprio corpo fisico e mentale, rompendo gli schemi, è imparare a guardare la vita come un palcoscenico.
Un vero attore deve essere bravo a impersonare tutti i ruoli che gli vengono affidati, e scegliendone lui stesso di completamente diversi. Un attore che recita sempre lo stesso ruolo, ad esempio il duro, non è un vero attore.


Foto dell'autrice
Invece noi abbiamo la tendenza a restare nella nostra comfort zone, vestendo sempre gli stessi panni. 
Se siamo degli impiegati di banca, una volta usciti dal luogo di lavoro, perché continuare a fare l'impiegato?

Una mamma è anche una donna, magari una moglie, un'amica e può darsi pure una lavoratrice. Eppure, spesso chi è madre ha la tendenza a pensare che una certa cosa non la può più fare perché ora è una mamma. 
Perché mai una mamma non dovrebbe fare le stesse cose che fanno gli altri?
Se ti senti una mamma vuol dire che ti sei identificata completamente in quel ruolo.

Noi facciamo le mamme, gli impiegati di banca, le rockettare andando ai concerti, i mariti e le moglie, ecc., ma non siamo quei ruoli.

La vita è un gioco, è uno psicodramma, e come tale andrebbe vissuta. Entrando ed uscendo dai panni che in quel momento ci paiono più consoni. Oppure, nella consapevolezza, anche rompendo le regole sociali.

Se decidiamo di presentarci a un matrimonio vestiti da punk, ha un senso farlo solo se abbiamo voglia di giocare con noi stessi a sfidare la paura del giudizio. Ma se invece ci andiamo così vestiti perché ci identifichiamo con il ribelle che va contro il sistema borghese, quella è una identificazione. 
Foto dell'autrice


Spesso ci illudiamo di essere noi stessi e di fregarcene del giudizio altrui, ma dove c'è un atto di ribellione verso la società è probabile che ci sia un'identificazione di mezzo.
Invece, dovremmo ribellarci ai noi stessi!

Se vogliamo davvero essere liberi dagli schemi, allora dobbiamo imparare a vestire i ruoli proprio come su un palcoscenico, e allora sì che ci si diverte!


martedì 4 marzo 2014

A che cosa serve il Risveglio?

Premesso che ogni persona si avvicina al cammino del Risveglio per un motivo diverso, e del tutto personale, mi rendo conto che spesso questo percorso viene frainteso o rimane del tutto oscuro a molte persone. 
Chiamarlo New Age è fuorviante.
E non è nemmeno una Religione alternativa.

Allora che cos'è?
Come funziona?
Per condensare in due frasi, nonostante sia molto riduttivo:

1) osservazione senza giudizio;
2) vivere il momento presente stando nel corpo.

La massima di Socrate Conosci Te Stesso è fondamentale per capire che se ci conosciamo, smettiamo di essere il frutto di reazioni inconsapevoli, di idee preconcette, di sofferenze passate e di ansie future.

Perché è importante liberarsi da questi schemi?
Perché se sei il frutto di reazioni ed emozioni inconsapevoli, non sei libero di scegliere.
Se ti conosci, se ti osservi, se conosci le tue emozioni e reazioni, se impari ad osservare i tuoi pensieri e a riconoscere le paure, le ossessioni, le convinzioni, puoi finalmente scegliere come agire nelle situazione della vita senza subirle. Senza essere agito da esse.
Non sei più una vittima inconsapevole ma puoi finalmente cavalcare la tua vita tenendola per le briglie.
Vi sembra poco?

Perché vivere il presente è così importante? Perché tutte le ansie, le preoccupazioni vengono dal tempo psicologico
Cioè dal vivere mentalmente nel passato o nel futuro.
Ma il corpo vive solo nel presente. 
Il passato è una somma di momenti presenti e anche il futuro lo sarà. Ma nessuno può vivere se non nel momento presente. 
Quando pensi al passato, dov'è il tuo corpo? Nel presente.
Quando ti proietti nel futuro, dov'è il tuo corpo? Nel presente.


Foto dell'autrice
Per quanti problemi concreti tu abbia nella vita, in questo preciso momento, se ti concentri sul respiro, sul tuo cuore che batte, sull'energia che vibra nel tuo corpo, che problemi hai? Nessuno.

Con questo non voglio dire che se ci concentriamo sul corpo di colpo non abbiamo più difficoltà a pagare le bollette perché magari c'è il conto in rosso.
Ma non è che stando sempre a pensare al problema questo si risolve. Anzi, spesso, più ci pensiamo con paura, più reagiamo ad essa in modo irrazionale. Se siamo calmi, concentrati sul corpo, sul respiro, diamo spazio all'intuizione di arrivare e trovare anche soluzioni nuove.
Parlo per esperienza, nessuna teoria strampalata!

Per finire, mi permetto di rispondere alla domanda fattami da qualcuno Che cosa ti fa sentire il bisogno di intraprendere questo cammino? con le domande: Vi sentite felici, sereni, realizzati, privi di rabbia e di ansia nei confronti della vita o di alcune situazioni? Vi svegliate al mattino pieni di gioia e di gratitudine per il nuovo giorno? State facendo quello che sognavate di fare invece di accontentarvi di un mestiere che odiate solo per sopravvivere? O pensate che la vita sia ingiusta, un fardello, e che la sofferenza sia inevitabile?

Questa non vuole essere una provocazione, ma solo uno spunto di riflessione.
Una cosa che ho capito fin da ragazza era che la cosa più importante per me era uscire dalla sofferenza esistenziale e sentirmi realizzata. Stare bene con me stessa. 
Grazie a questo cammino ci sono riuscita. 
Non sono solo teorie: mai trovato niente di più concreto!


mercoledì 19 febbraio 2014

Click: come rovinarsi la vita scappando dal presente

Come ho già scritto in un precedente articolo, capita a volte di imbattersi in commedie che sotto la superficie di momento di svago contengono grandissime verità e le illustrano in modo magistrale.

Una di queste è Cambia la tua vita con un CLICK, con Adam Sandler e Christopher Walken.
Narra la vicenda di un architetto molto ambizioso oberato di lavoro che non ha mai tempo per la famiglia. Un giorno gli viene regalato un telecomando universale che gli permette di gestire la propria vita come fosse un televisore.

Foto dell'autrice
Se non vuol sentire il cane abbaiare mette il MUTE, se la moglie sta cominciando a litigare la mette in pausa, se una cosa non ha molta voglia di farla va avanti veloce, e addirittura, se non si sente di affrontare una cena con i parenti perché vorrebbe lavorare al suo progetto, salta direttamente la scena. 
Anche la promozione la ottiene così: invece di godersi ogni singolo giorno di lavoro che lo porterà alla promozione, salta subito al giorno che gli interessa.
Scopre così che quando salta i momenti che non gli piacciono, il suo corpo sta vivendo e agendo con il pilota automatico. 

All'inizio a lui sembra bellissimo. Ma pian piano si accorge che si sta perdendo interi pezzi di esistenza e spesso non sa di cosa la moglie o i figli stiano parlando - certo, perché non c'era, non era presente!
Inoltre, a un certo punto il telecomando prende il sopravvento, va fuori controllo e non può essere né distrutto né restituito.
Il protagonista scopre così che il telecomando si è autoprogrammato in base ai suoi schemi ed abitudini, in base alla sua ossessione per i risultati e alla sua propensione a saltare tutto ciò che lo infastidisce, invece di affrontarlo.

Si ritrova così avanti di trent'anni, scoprendo di essersi perso la crescita dei figli, la morte del padre, e di essere stato abbandonato dalla moglie esausta per quel rapporto con un uomo infantile che non c'era mai.

E' molto bello nel film vedere i meccanismi che portano la nostra mente ad autoingannarci facendoci credere che non abbiamo tempo da dedicare agli altri se non ai nostri obiettivi illusori, vivendo sempre proiettati verso il risultato finale.

A tutti sarà capitato in famiglia di dire ai figli Ora non ho tempo, sto lavorando/cucinando/ecc. Se lo dite almeno una volta al giorno, siete nei guai!

Quante volte nella vita mettiamo il pilota automatico per non viverci i piccoli fastidi, ad esempio, del traffico - pensando sia meglio vagare con la mente o stilarci un'agenda mentale delle cose da fare?
Quante volte a una cena in cui ci stiamo annoiando a morte mettiamo su un sorriso ebete e annuiamo con la testa come un pupazzo, mentre nella testa ci stiamo rilassando sotto una palma tropicale o stiamo avendo un incontro erotico con un gran pezzo di ragazzo?
Non negate! E' successo a tutti.

Eppure, andando avanti negli anni, queste cose si pagano, e care.
Foto dell'autrice

Interi pezzi di esistenza, persi. 
Quante frasi ci sono state dette per una seconda volta e noi siamo cascati dal pero?
- Ah sì, e quando me lo hai detto?
- Ieri. Due volte. E tu mi hai pure detto ok!

Pilota automatico.

Nel film, verso la fine il protagonista si rende conto di ciò che ha perso e dice al figlio di dare più importanza alla famiglia.
In realtà, rispetto al significato profondo del film, è una frase un po' fuorviante.
Il problema non è passare meno tempo a lavorare e più tempo con moglie e figli.
Il problema è che se hai una mente fuori controllo che scappa da qualche parte ogni volta che il presente non le piace, oppure per abitudine non c'è proprio mai, ovunque tu sia, casa o lavoro, non fa differenza.
Non ci sei. Il tuo corpo è vuoto, è un meccanismo automatico.
E alla fine dei tuoi giorni scopri che non hai vissuto davvero.

martedì 28 gennaio 2014

Per rompere gli schemi

Un esercizio utile e divertente che viene dato nei corsi di risveglio - ma anche da alcuni psicologi - è fare ogni giorno qualcosa di nuovo. Qualcosa che non si è mai fatto. Meglio se è qualcosa che ci vergognano di fare.

Ad esempio, andare al supermercato con i bigodini in testa. Questa cosa fa orrore alla maggior parte delle donne.
Oppure - perché no - andarci sui rollerblades! Ci prenderanno per pazzi? Meglio. 
Non abbiamo nulla da perdere, se non il nostro senso di noi, la nostra idealizzazione su ciò che dovremmo o vorremmo essere, su ciò che è sconveniente

Avete mai provato ad andare in giro cantando ad alta voce?
Se avete paura del dolore, una ceretta brasiliana all'inguine fa al caso vostro. Perché fa un male cane, ma si sopravvive. Ottima prova di coraggio.

Invitare un uomo a cena fuori. Oppure portargli un mazzo di fiori. Chi ha detto che deve sempre essere l'uomo a fare il primo passo?

Agli uomini proporrei di andare in giro mano nella mano con un altro uomo. Ce la farete?

Foto dell'autrice
Ma se non ve la sentite di fare cose davvero insolite, potete fare qualunque cosa non abbiate mai fatto, fosse anche iscriversi a un corso di tango o di tennis. O cucinare una torta nonostante crediate di essere negati. Dire Ti voglio bene a qualcuno cui non avete mai osato dirlo.

Ci sono ancora molte donne che non sono capaci a far benzina al self service. Avanti, siete pregate di provarci. Alla fine riderete per esservi considerate incapaci di farlo. E se mentre ci provate qualcuno vi guarda strano non importa. Fregatevene. Vi considerano delle rimbambite? E' un loro giudizio. Non siete voi.

Potete decidere di fare una lista di 7 cose mai fatte e farne una la giorno, per una settimana, oppure decidere giorno per giorno, stupirvi da soli.
Vi divertirete un sacco.

Cosa si guadagna da questo esercizio?
Un sacco di autostima, perché si superano i propri limiti autoimposti, si guardano in faccia paure banali, si vince la timidezza e la paura del giudizio. Si abbattono gli schemi.
E si fa capire alla propria mente che se vogliamo, possiamo.
La mente saprà che d'ora in poi siamo noi a comandare, con la nostra volontà.
Che il Potere è nelle nostre mani.





martedì 3 dicembre 2013

Le etichette

Nell'articolo di ieri ho accennato alla nostra tendenza ad etichettarci in base al nostro vissuto.
Considerarci in un certo modo denota il fatto che pensiamo di essere quella cosa lì senza possibilità di scampo. E' una gabbia autoimposta.

Se soltanto fossimo capaci di dirci che oggi ci sentiamo pigri, non che siamo pigri in generale, o che abbiamo commesso qualche sbaglio come tutti e non che tutto ciò che facciamo è un disastro, la nostra vita cambierebbe. In meglio.

Foto dell'autrice
Invece, abbiamo sempre scuse pronte, tipo: sono fatto così, sono sempre stato così, non posso farci nulla, è nella mia natura. A volte anche tutte insieme… Come scrive Wayne Dyer nel libro Le vostre zone erronee.

Queste scuse sono un'etichetta che ci stiamo mettendo da soli per non fare lo sforzo di uscire dai nostri schemi. 
Generalizziamo perché la mente ha bisogno di classificare tutto nell'illusione di comprendere meglio. 

Ma ci tengo a precisare: questo desiderio di migliorarci deve nascere da noi. MAI permettere a qualcuno, tipo il proprio fidanzato o marito, di dirci che dobbiamo cambiare. 
Quando sono gli altri a dirlo, è molto probabile che ci stiano implicitamente dicendo che non ci accettano per ciò che siamo ma vogliono trasformarci nel loro ideale, nella loro proiezione.

La voglia, lo sforzo di migliorarci uscendo dalla etichette autoimposte deve nascere solo da noi. 
Se poniamo attenzione ai nostri pensieri e alle cose che diciamo di noi, possiamo avere un'idea abbastanza corretta fin da subito di quelli etichette ci siamo messi addosso.

A volte ci piace giocarci, ci compiaciamo di recitare sempre la parte della svampita, del tombeur de femme, del coraggioso che ama il rischio, della sapientona, e così via.

Se soltanto avessimo la capacità di considerarlo come un gioco momentaneo, entrando e uscendo dalla parte come attori navigati, sarebbe divertente, un bell'esempio di libertà dagli schemi.
Ma il problema è che la maggior parte dell'umanità è intrappolata nei suoi schemi e passa il tempo ad autocommiserarsi per un ruolo che si è creata da sola. Insomma, finisce per essere insieme vittima  carnefice di se stessa.
Foto dell'autrice
Oppure se ne compiace, vittima del proprio ego ipertrofico, e non immagina nemmeno che potrebbe recitare un altro ruolo, se solo volesse.

Come possiamo comprenderci e accettarci davvero se ci limitiamo dentro a un'etichetta?
E se non ci riusciamo, continuiamo a farci del male in modo inconsapevole.

Perché?
Perché siamo fatti così, siamo sempre stati così, non possiamo mica cambiare...



lunedì 2 dicembre 2013

Innamorati del proprio dramma di vita

Come fa notare Eckhart Tolle nel libro Il Potere di Adesso, tutti noi siamo più o meno innamorati del nostro dramma di vita.
Ovvero, ci compiaciamo - anche se magari solo a livello inconscio - delle nostre disgrazie, dei dolori, dei fallimenti, degli attaccamenti e così via.

Proprio perché ci identifichiamo nella situazione di vita che stiamo vivendo scambiandola per la vita in generale, ci piace etichettarci in un certo modo. Forse perché così ci hanno etichettati fin da bambini, per esempio il timidone o l'inconcludente, o forse a causa di etichette autoimposte durante situazioni che abbiamo vissuto in passato e che ci hanno segnato, o ancora perché certi schemi di comportamento finiamo per ripeterli più volte.

Foto dell'autrice
Allora ecco che emerge quel certo senso di compiacimento per le nostre disfunzioni, perché crediamo di essere fatti così, e che certamente la nostra vita sarà sempre così.

C'è una parte infantile latente in noi che ama farsi leccare le ferite, o leccarsele da solo piagnucolando. 
Ma la vita non è una mamma.
Non è lì pronta ad accorrere per accarezzarci amorevolmente. 
La vita ci sta invece dicendo che attraiamo ciò che pensiamo.
E se pensiamo di essere dei falliti, degli incapaci, o degli sfigati, rischiamo che questo diventi davvero il nostro destino.

Tolle ci richiama all'ordine suggerendoci che se soltanto comprendessimo anche solo un pochino di essere innamorati del nostro dramma di vita, smetteremmo di inscenarlo. Subito.
La consapevolezza del nostro compiacimento così deleterio lo scioglierebbe come neve al sole. 
Poiché solo un masochista o un folle continuerebbe a inscenare un falso dramma. 

giovedì 14 novembre 2013

Rimanere ricettivi

Si parla sempre di schemi mentali, giudizi e preconcetti che ci limitano.
Da dove vengono?

A parte gli schemi acquisiti dalla famiglia, anche a livello di inconscio collettivo famigliare e di DNA, ci sono i preconcetti culturali, le frasi che ci sono state ripetute da insegnanti e amici, i libri che abbiamo letto e i film che abbiamo visto.

Tutto questo contribuisce a farci una nostra idea delle cose del mondo e delle persone, ma non è mai originale. Noi pensiamo che lo sia, anzi, addirittura noi pensiamo di essere quelle idee. Ci identifichiamo in esse.
Ma è tutto un mero puzzle di idee e pregiudizi altrui che abbiamo fatto nostri.

Foto dell'autrice
Siccome noi reagiamo e giudichiamo in base ai ricordi, quando incontriamo una persona, spesso la prima impressione che ne abbiamo è filtrata da qualcosa che è già successo nel passato. Così, ci viene spontaneo agganciare il nostro giudizio verso questa persona in base a schemi vecchi e radicati in noi.

Ne traiamo una conclusione e da quella non riusciamo più a uscire.
Se qualcuno ci risulta antipatico la prima volta, difficilmente riusciremo a toglierci quel giudizio dalla testa. Per noi quella persona sarà etichettata come antipatica per sempre.

Senza star a indagare quale ricordo del passato ci porta a giudicare una persona in un certo modo, la cosa migliore che possiamo fare è stare all'erta verso i nostri pensieri e riconoscere un pregiudizio, un preconcetto, quando nasce.

Bisogna ricordare che ognuno di noi vede la propria realtà in base ai filtri che ha, e quindi ciò che noi giudichiamo non è l'essere che c'è dietro a quegli schemi di pensiero. 

Inoltre, non va dimenticato che ciò che pensiamo degli altri spesso corrisponde a ciò che a livello inconscio pensiamo di noi. 
Foto dell'autrice
Se crediamo che il mondo sia pieno di persone pettegole, maligne ed egoiste che non vedono l'ora di distruggerci, forse è perché una parte di noi è così.
Se invece pensiamo che le persone siano fondamentalmente buone e che non potrebbero mai farci davvero del male, è perché noi stessi saremmo incapaci di fare del male.

Se fossimo davvero svegli, sapremmo che ogni persona che incontriamo è prima di tutto un'anima perfetta incarnata. E che attraverso quella forma, noi vediamo noi stessi.

Rimanere ricettivi, scevri da preconcetti, è l'unico modo di non fare resistenza alla vita.

venerdì 18 ottobre 2013

Il corpo di dolore, entità a sé

Che cos'è il corpo di dolore? 
Come ho già scritto in precedenza, esso è costituito dal dolore emozionale passato accumulatosi nella mente e nel corpo, mescolato al dolore che ancora sentiamo ogni volta che proviamo un'emozione "negativa".

Questa energia "negativa", secondo Eckhart Tolle può essere considerata come un'entità a sé. Quando si impadronisce di noi, necessita di altro dolore per sopravvivere. 
Non può nutrirsi di gioia, e farà in modo di sabotare i nostri tentativi di sciogliere il dolore.


Foto dell'autrice
Ogni esperienza che entra in risonanza con la vibrazione di dolore che abbiamo dentro, crea altro dolore che va a fortificare il nostro corpo di dolore.
Questo dolore può manifestarsi in molti modi: rabbia, malinconia, depressione, irritazione, impazienza, violenza, odio, anche malattia.

O diventiamo vittime o persecutori. Questa è la modalità in cui il corpo di dolore si tiene in vita.

Noi crediamo di non volere il dolore, ma se ci osserviamo bene, ci possiamo rendere conto che i nostri schemi mentali sono ormai sintonizzati sulla perpetrazione del dolore. Per noi stessi e per gli altri. 

Solo quando ne diventiamo consapevoli nel profondo, possiamo cambiare atteggiamenti e dissolvere il corpo di dolore.
Capirlo con la testa non serve.
Nessuno sceglie il dolore in modo consapevole, sarebbe folle.

Fintanto che consideriamo il nostro dolore come vero, non andremo da nessuna parte. 
Tutti i Maestri, di ogni epoca, dicono che il dolore è un'illusione.
Ma sapere ciò non basta.

L'unica cosa da fare è osservarlo. Accendere una luce nel buio.
Quando rischiari il buio, esso si dissolve. C'è solo luce.

Il corpo di dolore non va capito. Solo osservato.
Foto dell'autrice


Ci vorrà un po' per non ricadere negli stessi schemi di sempre, in fondo abbiamo vissuto tutta la vita condizionati da essi.
Spesso il corpo di dolore si ribella ai nostri tentativi di disidentificazione, e allora starà male, creerà altro dolore per illuderci che l'osservazione non funziona. Non bisogna credergli.

Non alimentando più il corpo di dolore, morirà.
Siamo pronti a farlo morire?