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mercoledì 16 marzo 2016

L'edonismo che porta all'estinzione

Nel post di oggi mi soffermo ancora su quanto sto osservando attorno a me circa l'incapacità di molte persone, specie della mia generazione, di prendersi delle responsabilità e andare oltre il loro piccolo mondo.

Ho notato che moltissimi miei coetanei, anche amici che ho frequentato da ragazza, non solo non si sono costruiti relazioni solide e durature, ma tantissimi non hanno fatto figli. Pochi sono quelli che dicono di volerli, tanti quelli che considerano il diventare genitori un peso troppo grande da portare e un pericolo per la loro libertà.


Edonismo - Foto dell'autrice
E' vero che finalmente le donne di oggi sono libere di scegliere la maternità e non di viverla come un'imposizione sociale e culturale. Ma questo rifiuto quasi massivo mi fa pensare che dietro ci siano paure profonde di crescere e soprattutto di perdere la propria centralità. Cioè, se diventiamo genitori è ovvio che nei primi anni di vita del bambino i nostri bisogni edonistici dovranno essere messi in secondo piano. Ma si tratta solo di un periodo. E poi, questi nostri bisogni sono davvero così fondamentali?

Eppure, sempre più gente pare incapace di costruirsi un futuro, di investire sulle generazioni a venire, quasi che il proprio pessimismo cosmico li facesse sentire colpevoli di mettere al mondo figli in una realtà percepita come ostile e senza speranza. E allora ecco che si preferisce vivere spinti dal proprio ego smisurato aborrendo ogni responsabilità e tutto ciò che viene percepito come una gabbia: relazioni e figli in primis. 

Non mi soffermerò a cercare le cause di questo pensiero sempre più dominante dando la colpa ai propri genitori, ma così facendo si rischia un'estinzione di proporzioni bibliche. La nostra generazione sta abortendo il proprio futuro. E' ovvio che per mettere su famiglia e fare figli bisogna trovare il/la partner giusto/a. Ma per molti questa obiezione non vale perché magari la persona giusta accanto ce l'hanno già. Allora adducono scuse come la mancanza di soldi. Eppure, ai tempi dei nostri avi i bambini si facevano anche se c'era poco denaro e anche in tempo di guerra.

Alla nostra generazione manca la capacità di pensare in grande, di approcciarsi al futuro in modo costruttivo e con coraggio, sfidando i tempi difficili. Si preferisce farsi coccolare dalle false lusinghe del consumismo ma poi cosa lasceremo? Nulla, non avremo nessuno cui lasciare la nostra eredità morale e culturale. Le nostre famiglie si estinguono in nome del vivere (fintamente) spensierati spremendo tutto il falso succo della vita.
Tenerezza - Foto dell'autrice

Ma siete sicuri che il vero succo della vita sia nel consumare, godere dell'effimero, essere sempre al centro del proprio mondo?

Anche a livello culturale rischiamo di lasciare l'Italia e l'Europa a chi non ha i nostri stessi valori, la stessa educazione all'uguaglianza tra uomo e donna, l'amore per la cultura che ci hanno fatti grandi e irripetibili nel mondo. 
Considerando il fatto che gli italiani dimostrano di essere sempre più illetterati e incapaci di apprezzare l'arte - i musei in genere sono snobbati dai ragazzi  e le librerie indipendenti stanno morendo - che ne sarà di tutta l'immensa, commovente, divina Arte che i nostri avi hanno creato e che ci hanno lasciato in eredità? 

Prima di dare la colpa al mondo del lavoro che non permette alle madri di lavorare e occuparsi della prole insieme - anche se è in parte vero - bisognerebbe rivedere la propria scala di valori.  Chiedetevi cosa vi spinge davvero a non diventare genitori. Se si trova un blocco creato dalla paura, allora scegliete di affrontare quella paura, e abbiate il coraggio di diventare genitori anche in tempi difficili e anche se il vostro ego pesta i piedi. 
Solo così potremo diventare adulti responsabili e salvarci dall'estinzione. Inoltre, solo quando hai dei figli comprendi cos'è l'Amore incondizionato.
Non c'è cosa più triste del vedere un'intera generazione estinguersi per puro edonismo. 

venerdì 4 marzo 2016

L'Era del Capriccio

Oggi scrivo di una considerazione fatta di recente, grazie anche ad alcune tematiche di attualità. Mi pare evidente che stiamo vivendo quella che si può definire l'Era del Capriccio perché pare che gli adulti non riescano più ad essere tali, ma restano bloccati psicologicamente all'adolescenza. Sempre più irrequieti e irretiti da una società che li vuole consumatori, si comportano spinti unicamente dagli impulsi dell'ego, smettendo di porsi domande etiche.

Ecco quindi che per avere un figlio che non si può avere (non importa che si tratti di una coppia etero oppure no) basta affittare un utero senza porsi problemi su eventuali traumi che quel bimbo strappato alla madre subirà, né sullo sfruttamento della donna come fattrice - e non importa che lei lo faccia volentieri o meno, è pur sempre schiavitù.

Bambola - Foto dell'autrice
Per ogni desiderio ecco trovata una soluzione che non ha nulla a che vedere con l'accettazione di ciò che è. Si preferisce pestare i piedi ed ottenere ad ogni costo ciò che si vuole.

Gente che non vuole rinunciare a mangiare come un bufalo e alla propria vita sedentaria lamenta di essere obesa, ma non avendo voglia di fare sforzi ricorre alla liposuzione, come fosse un rimedio perfetto e senza conseguenze, illudendosi che risolva il problema alla radice. In realtà non è così, prima o poi il grasso tornerà ad accumularsi e senza una dieta equilibrata e attività fisica regolare - cioè con uno sforzo di volontà continuativo - l'eterno adolescente non avrà nessun risultato soddisfacente.

Ma capriccioso è anche chi dice di amare i bambini ma poi non ne fa perché troppo impegnativi, non sia mai che per anni ti tocca rinunciare a uscire spesso la sera e ad andare in vacanza in posti esotici non adatti ai bambini piccoli. Salvo poi pentirsi da vecchi del proprio egoismo e trovarsi ad aver dato priorità a valori effimeri come il divertimento e il godimento fine a sé stessi. 
Per infantilismo si crea un'ecatombe demografica e, di conseguenza, culturale.

Non so di chi sia la responsabilità a monte, ma io vedo una generazione di adulti che non sanno crescere, che restano magari a casa da mammà fino a cinquant'anni per comodità, così i soldi dello stipendio lo si spende solo in vestiti, borse e vacanze. 
Ma in questo modo non si evolve, non si affronta la vita con le sue responsabilità, difficoltà e ostacoli che temprano e rendono più saggi. 

E' come se questa generazione avesse paura di vivere davvero per timore di affrontare la vita reale, la paura di soffrire e fallire. Si ha il terrore di sentirsi dire di no, anche dalla vita, e allora invece di accettare la realtà per ciò che è, ecco che si trovano soluzioni alternative ma poco etiche oppure, semplicemente, poco evolutive per la coscienza. 

martedì 9 febbraio 2016

Abbracci disarmanti

La personalità ama il conflitto, anche quando pensa di no, per il semplice fatto che nel conflitto si sente viva, superiore, forte delle proprie ragioni, non vuole morire e preferisce trincerarsi dietro l'orgoglio e il proprio egoismo.

In famiglia spesso il conflitto fra egocentrismi e ragioni della personalità esplode in rancori, ricatti morali e recriminazioni che possono portare il nucleo a sfasciarsi anche se di facciata sembra andare tutto bene.

Tra genitori e figli, poi, si instaura una legge del più forte in cui ognuna delle due parti cerca ossessivamente di avere la meglio mettendo l'altra contro il muro, facendo leva su sensi di colpa e minacce varie.

Come uscire da tutto questo senza erigere muri di incomunicabilità e perdere energia? 
Lasciando andare l'orgoglio, il fastidio, il desiderio di rivalsa e, semplicemente, abbracciando quell'anima incarnata che fino a poco prima vedevamo come rivale. 

Non c'è niente di più disarmante e potente per sciogliere un conflitto dell'abbracciarsi.

Era tanto importante avere ragione? O era meglio far scendere la pace? 
E' una resa attiva perché non significa: ok, fai quello che vuoi, hai vinto tu.
Abbraccio - Foto dell'autrice
Qui nessuno deve più voler vincere. Non è debolezza, ma forza dell'Amore, del Cuore aperto.
E' un lasciar andare i giochi sciocchi della personalità all'ottava alta. 

E' un: non importa quello che ci siamo detti fino ad ora, io TI AMO, io ti accetto per ciò che sei.

Quanti conflitti in famiglia si sanerebbero in un secondo! 
Quanto orgoglio c'è nelle famiglie disperate che credono di risolvere il conflitto con scelte tragiche, di cui la cronaca nera è piena, come omicidi-suicidi o femminicidi.

Invece di dare la colpa a chi preme il grilletto, bisogna imparare a vedere quanta sofferenza viene portata avanti dal restare aggrappati alle proprie posizioni, al bisogno della mente di avere ragione, di vincere, di sentirsi migliore e mettere l'altro in cattiva luce.

Negli abbracci c'è il perdono. 
Non dell'altro o di sé stessi, ma lo scioglimento del rancore come forma-pensiero. Senza quella forma-pensiero che ci fa muovere come burattini attraverso reazioni emotive a volte estreme, ogni negatività scompare.

Provate e vedrete. Non si tratta di credere né di montare dibattiti sull'argomento  Solo fare, mettere in pratica.
Abbracciatevi di più, nel silenzio, con l'amore nel cuore.
Vedrete la differenza.

mercoledì 17 giugno 2015

Non scendere a compromessi con sé stessi

Le nostre relazioni a volte hanno fondamenta poco solide, come palazzi costruiti sulla sabbia, perché per vari motivi non c'è chiarezza dall'inizio. Pare che agli esseri umani l'essere chiari dall'inizio di un qualsiasi rapporto, anche di amicizia o di lavoro, sia terribilmente difficile. Forse c'è la paura di rendersi ridicoli, ma la mancanza di chiarezza va a minare pian piano la fiducia reciproca, o comunque porta sempre più ombre dove invece potrebbe esserci sempre il sole. 


Notte - Foto dell'autrice
Quando si avverte il disagio profondo verso una situazione non limpida - almeno ai nostri occhi - spesso è lo stesso nostro corpo che ci avverte del sentimento represso. Ci sentiamo nervosi e di cattivo umore, o ci irrigidiamo e ci viene mal di schiena o al collo, o abbiamo bruciori di stomaco, e così via, a seconda di come il nostro inconscio elabora la situazione.  

Chi è sulla Via del Risveglio sa che la cosa cui non potrà mai rinunciare è l'essere fedele a sé stesso, al proprio sentire.
Arriva un momento, lungo il tortuoso cammino, in cui non si è più disposti a scendere a compromessi, che siano per buonismo, per paura di ferire l'altro o per altre ragioni emotive/sentimentali.
Fingere che vada tutto bene non è roba da guerrieri. L'intuito in essi è molto sviluppato e l'ombra della non chiarezza diventa un peso inutile che non si vuole più portare.

Non esiste paura di far arrabbiare l'altro né di restare senza l'amico/compagno che possa essere peggio dello scendere a compromessi pur di avere qualcuno vicino che ci vuole bene. 

Se l'altro reagisce male, è perché qualcosa di vero risuona in lui, abbiamo toccato un nervo scoperto e in realtà lo stiamo aiutando a vedere qual è il vero succo della questione, il problema da risolvere. La reazione, lo sappiamo, è una molla emotiva che tradisce un qualcosa di irrisolto, o anche una maschera, e chi si
Ombra sull'erba - Foto dell'autrice
arrabbia sta inconsciamente protestando per essere stato smascherato.

Non esiste davvero offesa per chi non è schiavo del proprio orgoglio. E l'orgoglio è una delle tante maschere dell'Ego ferito, che strepita gonfiando il petto, alzando il mento, perché non sa vedere che quello che sta accadendo è una liberazione.
Uno dei due ha avuto la capacità di diradare le nubi dense di non chiarezza che facevano ombra, e portavano freddo.

Non scendere a compromessi con sé stessi - perché l'altro è solo uno specchio - è un atto di coraggio e centratura. Stai agendo con il cuore, che ti sta dicendo che quella situazione è un vicolo cieco e tu sei fatto per i pascoli sconfinati.

martedì 31 marzo 2015

Cosa succederebbe se...

Spesso le paure imprigionano in schemi mentali che impediscono alle persone di essere libere, libere da angosce ma anche - in senso letterale - di muoversi nello spazio.
Il fatto che si assecondino sempre queste paure per non affrontarle rende più difficile uscirne, per la semplice ragione che si finisce per credere che la paura, e lo schema che ne è alla base, siano la norma. 
Non si riesce ad immaginare nemmeno come sarebbe la vita senza di essi. In fondo, essa definisce la persona ed è come se questa si sentisse più sé stessa se ha un qualche paletto che le impedisce di fare qualcosa. Insomma è l'ego stesso che gioca a sentirsi importante gridando la propria paura.

Un semplice modo per cominciare a lavorare sulle paure è chiedersi obiettivamente: Cosa succederebbe se... e aggiungete voi.
Schemi - Foto dell'autrice
Ad esempio, uno che ha paura di guidare in galleria: Cosa succederebbe se non avessi più paura di affrontare le gallerie? Risposta: Potrei andare dove voglio.

Cosa succederebbe se non avessi più paura di essere tradito? Risposta: Potrei vivere le mie storie d'amore senza angoscia e immaginazione negativa.

Cosa succederebbe se non avessi paura della folla? Risposta: Potrei affrontare qualunque luogo affollato godendomi il momento e vedendone la bellezza.

E così via...

Insomma, qualsiasi paura abbiate, la guarigione comincia dalla visione a priori di quanta libertà avreste se non ve la negaste da soli. Semplice e disarmante.  La sola sensazione di libertà portata da questo pensiero dovrebbe poter spingere le persone ad affrontare la propria paura un poco alla volta. Consapevolezza è già metà guarigione.

lunedì 2 marzo 2015

La morte dell'Ego

Mi piace pensare che, tra le tante interpretazioni esoteriche possibili, la morte di Gesù in croce sia anche una bella metafora della morte dell'Ego.

In fondo, sappiamo che già in miti antichi alcune divinità erano morte e risorte come Osiride, Horus, Dioniso, Tammuz. Gli studiosi interpretano questa morte e resurrezione come simbolo dell'avvicendarsi delle stagioni. Il 22 dicembre il sole è nel punto più basso all'orizzonte e lì resta per tre giorni, in prossimità di una costellazione denominata la Croce del Sud. Il 25 dicembre si muove verso nord, quasi a salire sulla croce. Questo spiegherebbe anche l'origine della croce celtica, così diffusa in Irlanda: una croce cerchiata, ovvero il sole su di essa.


Gesù, Ted Neeley - Foto delll'autrice
Al di là dell'interpretazione cristiana, poi, è interessante soffermarsi a pensare che, come spiega in maniera magistrale Eckhart Tolle, il nostro Ego è terrorizzato dall'annientamento, è sempre lì in agguato sulla difensiva, vuole restare vivo a tutti i costi ed escogita i modi più sottili per ingannarci.
La morte dell'Ego è passare attraverso la paura dell'annientamento per scoprire che senza siamo più vivi che mai, siamo noi stessi. Il Regno dei Cieli si schiude quando ci arrendiamo a questa morte. Non c'è più nulla da combattere, di cui temere. 
Bisogna solo attraversare il ponte di dolore messo in piedi dall'Ego stesso. E' questo che fa più paura: passare attraverso il dolore. Salire al Golgota.

Tutto il resto è pace. La resurrezione: torniamo a noi stessi, alla purezza dei senza-Ego. 

mercoledì 21 gennaio 2015

Farsi scudo con le parole

Immagino sia capitato a tutti di voler dire una semplice cosa a qualcuno e poi ci si ritrova venti minuti dopo a continuare a chiacchierare senza averne l'intenzione o la voglia.

Sotto quella che sembra solo un'attrazione verso un determinato argomento o il piacere di parlare con quella persona, si nasconde una specie di scudo. E' più facile nascondersi dietro le parole, anche con argomenti che riteniamo profondi, piuttosto che vivere l'imbarazzo di essere e osservare un altro Essere godendo semplicemente della sua presenza, della sua essenza.


Autoritratto dell'autrice
Cosa ci spinge a parlare anche quando non ne abbiamo voglia?
La paura del vuoto, del silenzio. E perché li temiamo? Perché in quegli spazi non si può mentire né indossare maschere.
Il silenzio e lo sguardo di un'altra persona ci mettono a nudo.
E noi che facciamo? 
Ci rivestiamo in fretta di parole, quasi fossimo stati colti nudi, e ci nascondiamo dietro un muro di contenuti non necessari, di giustificazioni, agghindati di ego che si mette in mostra e si pavoneggia nella dialettica. 

Per essere davvero intensi, veri, nudi, ci vuole coraggio e una forte determinazione a lasciare l'ego a bocca asciutta. Con un po' di sforzo e di buona volontà cominciamo per prima cosa a renderci conto di questi meccanismi, li osserviamo accadere. Non sempre all'inizio si riesce a interromperli subito smettendo di parlare.
Ma con un po' di esercizio dovremmo essere in grado di decidere davvero in presenza se parlare o no e che cosa comunicare, senza lasciarci trascinare in un vortice di frasi che si concatenano e che ci portano lontano da noi, dalla nostra essenza, dalla nostra nudità. Dalla verità.

lunedì 12 gennaio 2015

La mancanza di coraggio

La mancanza di coraggio viene dall'identificarsi con il corpo mortale, con le piccole cose della vita cui l'ego si attacca, perché attaccarsi per esso significa continuare ad esistere. 
La gente difende con le unghie e con i denti il proprio piccolo mondo perché si sente inerme e preferisce stare nella sicurezza di una vita banale, senza rischi né scossoni, si rifugia nelle piccole certezze (illusioni, in realtà) piuttosto che sfidare sé stessa e buttarsi nelle cose in cui dice di credere.

Quello che un lettore attento avrà notato è il ripetersi dell'aggettivo piccolo. Perché chi si sente piccolo si attacca alle cose piccole.
Inoltre, chi rimane aggrappato alle piccole certezze è perché non ha grandi sogni, alte aspirazioni. 
Se ne hai, alla fine, prima o poi ti butti, perché più forte della paura di abbandonare ciò che ci fa sentire al sicuro è la sensazione che così non saremo mai felici né soddisfatti di noi stessi. Avremo dei rimpianti.
Guantoni Thai boxe - Foto dell'autrice
Il rischio non è cosa per pavidi.

Coraggio significa : agire con il cuore. Il pavido agisce con la mente che crea ostacoli e dubbi, perché essi nutrono l'ego. 

Il pavido difende urlando la propria tana confortevole e teme come la morte i coraggiosi, per questo gli si avventa contro come un cane rabbioso dando loro dei pazzi idealisti, degli scapestrati, degli illusi.
Il coraggioso è per il pavido lo specchio del suo potenziale inespresso, da lui stesso soffocato. E non c'è nulla che faccia più paura della propria ombra, finché resta celata.

giovedì 27 novembre 2014

Ipotesi di complotto e vittimismo

Girando sui social network è facile vedere quante persone sono preda della paura dei complotti, e passano il tempo a postare cupi articoli in cui si parla di massoneria, alieni, invasioni, stermini programmati, eccetera. 
Non ho intenzione di disquisire se tali complotti esistano davvero o no, perché non è questo il punto.

Il punto focale del problema, sempre più diffuso, è il sentirsi minacciati. Quando ci si sente minacciati da qualcosa di grande e oscuro, come un complotto mondiale massonico, il sentimento di partenza è il senso di impotenza.

Passare la vita sui social network a inveire contro chi ci minaccia, ergendosi a difensori della libertà, in realtà è un grido di terrore.
Significa che stiamo dando al mondo esterno - che è sempre una nostra proiezione interna - il potere di farci sentire minacciati, impotenti, piccoli, inermi.

Il fatto che poi qualche complotto esiste davvero non dovrebbe allarmarci, poiché complottare è tipicamente umano ed è peculiare dei governi, dell'oligarchia. I complotti ci sono sempre stati.
Complottisti - Autoritratto dell'autrice

Ma se una persona si sente minacciata da essi, dovrebbe cominciare a lavorare su di sé per sciogliere il senso di minaccia.
Il vittimismo tipico degli ossessionati dai complotti è una forma di Ego mascherata da salvatore dell'umanità.

La vittima, o chi si sente tale, sta richiedendo attenzione sulla sua paura perché è l'Ego a temere di morire. Identificarsi con la vittima di turno - anche in senso collettivo - significa dare all'Ego pane per i propri denti, poiché se esiste una minaccia "là fuori" il suo agitarsi lo rende più forte. 
L'Ego vuole sentirsi vivo, e non importa se il vittimismo fa perdere alle persone potere personale ed energia.

Il vero guerriero sa che la prima cosa da sconfiggere è la paura proiettata sugli eventi esterni. La minaccia esiste perché noi le permettiamo di farci sentire minacciati.
Possiamo anche decidere di agire consapevolmente contro un determinato complotto, ma mai con la paura che si agita in noi.

lunedì 6 ottobre 2014

Castigare i bambini non serve

In quanto genitore so che ci sono momenti in cui è difficile interagire con i bambini, quando ci sentiamo irritati dalla cocciutaggine dei piccoli, quando non ci ascoltano, ad esempio.
Ma vedo anche, guardandomi intorno, che castigare i bambini, specie se lo si fa spesso ad ogni piccolo capriccio infantile, rischia di minare per sempre la loro autostima, la fiducia e il rispetto che hanno per i genitori e gli adulti in generale, e rischia anche di creare un rancore di sottofondo che accompagnerà il bambino nell'età adulta, con a volte risultati autodistruttivi.

Il genitore che tende a punire tanto il proprio figlio dovrebbe per prima chiedersi: che cosa voglio dimostrare? Che cosa sto difendendo? 
Spesso, l'ego immaturo dell'adulto crede di potersi rivalere con il bambino dimostrandogli quanto l'adulto è forte. 
Ma che senso ha? E' come un elefante che cerca di far sentire piccola la formica! Non c'è bisogno di sottolineare che l'adulto è più forte perché non è una gara.
Un adulto davvero maturo a livello emotivo non ha bisogno di far sentire piccolo e colpevole il bambino.
Foto dell'autrice

Far sentire un bambino colpevole è una forma di violenza che può far più male di uno schiaffo perché si incide nel corpo emotivo e mentale del bambino. Diventa uno schema.
Il bambino penserà che il genitore ha ragione a punirlo perché naturalmente colpevole.
E' follia, eppure vedo ovunque genitori che insistono nel mettere in castigo i figli sottolineando la disapprovazione nei loro confronti e colpevolizzandoli, specie quando c'è di mezzo un fratellino.

Non ho una ricetta vincente per gestire i figli con i loro comportamenti a volte difficili da comprendere, ma so per certo che è meglio puntare sul dialogo, sul confronto sereno, piuttosto che sulla punizione. 
Adulti sereni si diventa anche grazie al dialogo con i genitori e non con la gerarchia estremizzata da campo di concentramento!

Invece di punirli, abbracciateli, fateli sentire amati ed accettati nonostante il loro comportamento. I bambini ci sono maestri. Prima di puntare il dito verso di loro, puntiamolo all'interno. Un bambino è lo specchio impietoso dei propri genitori.

lunedì 22 settembre 2014

Artisti in Ottava

Foto dell'autrice
Chi ha seguito corsi di Risveglio e conosce la Legge dell'Ottava, sa che ogni cosa può essere fatta e ogni sentimento può essere provato all'ottava bassa alta.
Mi soffermo oggi sul lavoro dell'artista.

Un artista all'ottava bassa è mosso dal proprio Ego e dalla paura di non essere nessuno, dal timore di non venir considerato, di essere uno qualunque, di venire dimenticato alla propria morte. E' spinto a fare arte dal desiderio di emergere, di essere notato in quanto originale. 
Ciò non significa che non abbia in sé il Fuoco Sacro del Talento, che è un dono divino, ma la paura ha il sopravvento. 
Molte rockstar e divi del cinema, per esempio, si identificano a tal punto nel proprio ruolo che vivono nel terrore di deludere i fan, perché finiscono per credere di essere ciò che i mass media dicono di loro. 
Per esempio, se uno è considerato un sex symbol, vivrà nel terrore di perdere questo fascino invecchiando, ed ecco che la star che cade in questa trappola finisce invischiata in un gorgo di droghe, alcol, psicofarmaci, depressione, cure di disintossicazione, suicidio. 
La forma, in queste persone, ha preso il sopravvento sul dono che è stato loro dato. Hanno dimenticato di essere strumento, non il fine!

L'artista all'ottava alta sente, invece, di essere un canale attraverso il quale l'ispirazione giunge dall'alto e il suo talento, che può passare dalle mani, dal corpo intero, dalla voce, ecc., è lo strumento attraverso il quale il divino gioca con la forma e la materia. 
La creatività e l'arte non sono del tutto umane, non potrebbero esistere senza l'ispirazione divina che giunge nella materia per plasmarla in Bellezza.

L'artista all'ottava alta, quindi, smette di temere il non riconoscimento e l'oblio, trascende il capriccio dell'Ego che chiede
Foto dell'autrice
di essere ammirato e vuole sempre di più, comprende appieno l'impermanenza della gloria terrena e fa con entusiasmo ciò che sente di dover fare senza pensare al dopo, a un ritorno di fama, o economico. 

L'artista all'ottava alta si mette al servizio dell'umanità con il suo talento, perché tenerselo solo per sé non avrebbe senso. Viviamo nell'Era della Condivisione e i talenti sono nel mondo per essere condivisi.

Ciò non significa che l'artista deve farlo gratis!  
E' il modo con cui lo si fa che cambia. Se uno lavora gratis per impressionare qualcuno della sua bontà e disponibilità, sta agendo all'ottava bassa.
Se uno invece si fa pagare quanto merita ma condivide la sua arte con il Cuore aperto, la differenza di ottava è abissale. 
Ciò che viene fatto con amore ha successo perché non c'è aspettativa, ma soprattutto la vibrazione con cui l'opera viene creata ha un Potere che non passa inosservato.




venerdì 5 settembre 2014

Pensare in grande

Bisogna avere il coraggio di pensare in grande, fare progetti per il bene comune e mettersi al servizio dell'umanità, qualsiasi talento abbiamo, qualsiasi missione sentiamo di avere dentro.

Non basta cercare di migliorare sé stessi. Questo è fondamentale per cominciare, ma poi, una volta ritrovati noi stessi è bene pensare a realizzare qualcosa che sia più della nostra singola vita. 
L'individualismo a un certo punto deve essere messo da parte e dobbiamo agire. Fare.

Abbazia di San Galgano - Foto dell'autrice
Qualsiasi cosa sentiamo di fare per il bene comune dobbiamo farla, sempre che sia allineata con la Fonte e non con l'ego.
Non tutti sono nati per essere leader o inventori o guru, e chi non lo è dovrebbe mettere da parte l'egocentrismo e seguire chi la Causa che sentiamo muoverci  dentro la persegue attivamente come fondatore di un movimento, inventore, Maestro spirituale, e così via. 
Mettersi al servizio col Cuore aperto è l'unico modo di cambiare davvero il mondo.

mercoledì 20 agosto 2014

Sentirsi soli

Mi è capitato innumerevoli volte di sentire persone lamentarsi del proprio senso di solitudine. Esso può essere scatenato da una rottura sentimentale, dalla fine di un'amicizia o da un senso di vuoto generico.
Quel senso di vuoto o di rottura è semplice illusione della separazione. E' la convinzione che gli altri siano altro da noi. Che ci sia differenza tra la nostra individualità e quella altrui.
Se non sentiamo una risposta alle nostre richieste da parte delle persone ecco che ci sentiamo abbandonati.
Ma se ogni cosa nasce da dentro, poiché il mondo è una nostra percezione e quindi una proiezione esterna del nostro sentire, come possiamo sentirci soli?

Non esiste differenza tra noi e la vita, e quindi se non sentiamo la pienezza e ci percepiamo soli, separati dagli altri, non amati, non considerati, è perché non siamo in contatto con noi stessi. Con la nostra parte divina. 
Foto dell'autrice

Anche chi si sente abbandonato da Dio non riconosce in sé la Sua essenza divina. Se noi e Dio siamo fatti della stessa luce, come possiamo essere abbandonati da Lui? Non è possibile.
Quello che viene percepito è solo uno scollamento tra l'Ego e la propria parte divina. E' pura alienazione.

Quando qualcuno si lamenta che Dio non ha accolto le sue preghiere esaudendo una richiesta, in realtà dovrebbe comprendere che quel silenzio è già una risposta. Gli sta dicendo che può farcela con le proprie forze senza aggrapparsi sempre alla convinzione che Dio sia fuori di lui e da fuori lo possa aiutare. 
Se un bambino che sta imparando a camminare ogni volta che cade e scoppia a piangere viene subito rialzato dal genitore, non imparerà mai a contare sulle proprie forze.
Noi siamo qui per imparare che siamo responsabili di ciò che ci accade. Quindi il Divino ci sta dicendo con il suo silenzio Ho fiducia in te, so che ce la puoi fare. Il mio silenzio è la tua forza.

E quando qualcuno si dispera perché le cose non sono andate secondo i suoi piani dovrebbe soffermarsi proprio sul quell'aggettivo possessivo. Dire "il mio piano, il mio desiderio, il mio sogno" indica una possessione da parte dell'Ego. La mente umana si identifica con esso e se i piani non vanno secondo i desideri dell'Ego ecco che ci si sente dei falliti.
Ma il vero dono è comprendere che quel fallimento gli sta insegnando che i suoi piani non possono essere basati sul far colpo, avere più denaro come status, piacere di più a tutti, ecc.  Questo è illudersi che si può trovare sé stessi nel riconoscimento da fuori.

The prayer - Foto dell'autrice
Se sei allineato con la parte più vera, più autentica che alberga in te, il Sé Superiore, allora un giorno comprendi finalmente che i piani del Divino sono gli stessi tuoi, e quindi qualsiasi cosa succeda è per il meglio. Non esiste fallire.
Comprendi che tutte le volte che ti sei disperato per qualcosa che non era andato secondo i tuoi piani stavi cercando di manipolare il divino perché esaudisse i desideri di quell'Ego che finge di essere te.

Non esiste solitudine perché nessuno è separato da nulla. Quello che senti è lo scollamento tra l'Ego e la tua vera Essenza.

lunedì 18 agosto 2014

Sminuirsi è Ego

Di solito, si pensa che chi tende a sminuirsi nei discorsi sia una persona che ha poca stima di sé. In parte è vero, ma questa abitudine nasconde una trappola di fondo. 
Eckhart Tolle, nel suo libro Un nuovo mondo (Mondadori) ci mette in guardia: l'Ego fa di tutto per sentirsi un po' più degli altri, per rafforzare il proprio senso di sé (ovvero illusione), e se non ci riesce con i successi e i talenti, allora troverà il modo di emergere anche nelle mancanze o nella negatività.

Un esempio lampante: quando una persona usa l'autoironia per sottolineare le proprie mancanze, disattenzioni, magre figure e altro. In superficie questo atteggiamento può sembrare un modo più scanzonato per affrontare la vita, con più leggerezza, ma se la persona lo fa di frequente, ecco che abbiamo davanti un esempio di Ego che cerca di identificarsi nel ruolo di quella svampita, quella che dimentica sempre tutto, quella che ne ha combinata un'altra delle sue, ecc.


Foto dell'autrice
L'Ego vuole sapere chi è a tutti i costi e si illude di trovarsi nelle identificazioni, perché la mente deve classificare tutto. La persona con questi atteggiamenti, dunque, involontariamente si sta così costruendo una maschera da cui difficilmente riuscirà a uscire, in quanto finirà per essere sempre più attaccata all'idea illusoria di chi è. E' vero che ciò nasconde una forma di bassa autostima, ma per l'Ego è sempre meglio che non sapere chi è, in chi o cosa identificarsi. 

L'altra faccia della medaglia è che anche gli altri finiranno per identificare la persona in questione come la svampita, la pasticciona, l'inaffidabile, ecc., ma solo perché lei stessa dà loro questa idea. E quando i panni della svampita di turno cominciano a starle stretti, sarà forse troppo tardi per mostrare un altro lato di sé, quello autentico.
Quando ci si accorge che tutti (o quasi) ci identificano in un certo modo, è nostra responsabilità esclusiva. Ed è inutile lamentarsi che non ci sentiamo compresi. Siamo stati noi a indossare per anni e anni una maschera, qualcosa di non autentico.
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E allora che fare? 
Tolle è molto chiaro a riguardo: diventare consapevoli del fatto che ogni volta che pronunciamo le parole io, me, quello è Ego. E' quello che crediamo di essere ma NON siamo.
Ogni volta che in noi scatta quel desiderio di raccontare la nostra ultima disavventura causata dalla nostra disattenzione, ecc., quello è l'Ego che vuole emergere per farsi bello davanti ad altri Ego (non meno identificati del nostro). 
Non serve remare contro di esso, combatterlo, ma esserne consapevoli, senza giudizio. E' quella la meravigliosa occasione che ci offriamo da soli per vedere la nostra identificazione con l'Ego. Pian piano, alla luce di questa consapevolezza, il desiderio di emergere in una conversazione mettendoci in mostra scompare.
E saremo finalmente liberi, liberi di essere.


lunedì 7 luglio 2014

Uscire dalla Comfort Zone

Quanto siamo influenzati dalla nostra Comfort Zone?
Per chi non lo sapesse, la Comfort Zone è quella sensazione di sicurezza derivata dal fare cose conosciute, restando al riparo da possibili rischi.

Ogni volta che c'è qualcosa che ci fa ritrarre spaventati, dicendo Non ne ho voglia; Non me la sento; Non fa per me; Non conosco nessuno, quello è il campanello di allarme che ci sta dicendo che abbiamo paura, stiamo esercitando una forma di resistenza.


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Quando ciò accade, va osservato. Cercando di comprendere da dove viene, quale paura nasconde. Ma anche se non lo comprendiamo, è sufficiente osservare che stiamo scappando da qualcosa. 
Ci stiamo rifugiando nella nostra Comfort Zone per non incappare in pericoli per il nostro Ego.

Osservando i nostri no a qualcosa possiamo anche capire se davvero nascono da una paura o dalla semplice constatazione che quella cosa non ci interessa davvero perché non aggiunge nulla al nostro piano di volo.

Ma il 95% della volte in cui ci sentiamo ritrarre davanti a qualcosa di certo c'è un Ego o un bambino spaventato (che in fondo sono la stessa cosa) che emerge da dentro di noi e fa resistenza.

L'effetto collaterale tipico dell'essersi ritratti nella propria Comfort Zone è - dopo un momento di senso di sollievo per aver scampato il "pericolo" di sperimentare qualcosa di nuovo e sconosciuto - l'amarezza per non aver avuto il coraggio di buttarsi, di uscire fuori dalla bambagia della propria tana. E' come aver perso un'occasione per vivere davvero.
C'è sempre quel senso di disagio, di insoddisfazione, che emerge. Un giudizio su noi stessi: ci sentiamo un po' codardi.

Ma, per una volta, quel giudizio può essere una sfida che lanciamo al nostro bambino interiore spaventato per farsi coraggio.
Per fargli prendere al volo occasioni che magari non torneranno mai più.


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Invece di continuare a giustificarci sul perché era meglio non fare quella cosa per tenere a bada la frustrazione che nasce dall'incapacità di uscire dal nostro guscio, dovremmo capire subito che è tutta mente.
E' la nostra razionalità che ci sta mentendo per tenerci al sicuro.

Ma al sicuro da cosa?
La nostra mente lavora contro di noi, contro il nostro vero Sé perché non vuole realizzarlo. Contro il nostro desiderio di essere ciò che siamo: naturalmente felici.

Quello è il momento in cui deve emergere il guerriero che dice al nemico-mente: Non mi fai paura
Tu mi stai dicendo che questa cosa non è per me, che sarò solo, non mi divertirò, ma non ti credo.
IO NON TI CREDO.

lunedì 5 maggio 2014

I giorni "storti"

Nel nostro modo di vivere la vita in base a reazioni, giudizi, fastidi, siamo portati a considerare alcuni giorni belli, altri brutti, in base alle nostre aspettative e alle emozioni del momento.

Se tutto va secondo i nostri piani ci sentiamo felici e pensiamo che la vita ci stia sorridendo perché ce lo siamo meritato, perché abbiamo fatto tutto come andava fatto e siamo stati premiati.

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Ma se un giorno, nonostante il nostro impegno, qualcosa va storto, ecco che ricadiamo nel vittimismo e ci sentiamo perseguitati dalla sfiga.

In realtà, è l'Ego che come un bimbo capriccioso pretende solo giorni in cui splendiamo e veniamo ammirati, lodati, applauditi.

Per l'Anima, invece, c'è più da imparare nei giorni cosiddetti storti.
Perché quando qualcosa va storto abbiamo la possibilità di vedere. Vedere che energia stiamo usando, che pretese abbiamo nei nostri stessi confronti, quali sfide ci terrorizzano, quanto narcisismo stiamo accarezzando. 
Possiamo misurare la nostra aspettativa illusoria, la paura di fallire o di avere successo - che sono speculari - il senso fasullo di identità che ci illude di essere quella cosa che vogliamo dimostrare a tutti di essere, e se falliamo pensiamo di non esistere più. Di perdere la nostra identità.

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Tutto questo è un dono.

I giorni storti sono lo specchio di ciò su cui ancora abbiamo da lavorare. Sono perfetti perché fondamentali per vederci davvero per ciò che siamo. Senza illusioni.

Solo da questa visione realistica di noi stessi possiamo cominciare a capire da dove cominciare a lavorare e perché.

Ad ogni giorno storto che viviamo dovremmo dire GRAZIE!

martedì 11 marzo 2014

Non mendicare nulla

In un'epoca dominata dai social network, l'umanità deve fare i conti con qualcosa che diventa sempre più evidente: il mendicare attenzione, approvazione, apprezzamento, amore, amicizia.

Cercare ciò che pensiamo ci manchi al di fuori di noi crea un circolo vizioso di bisogni che se non vengono soddisfatti portano alla frustrazione e alla dipendenza. 
Una parte infantile di noi mendica tutto ciò che - s'illude - la fa stare bene, blandendo il suo Ego. 

In questo modo perdiamo Potere, diventiamo schiavi dei nostri stessi bisogni illusori, rischiamo di divenire ossessivi e a volte molesti.


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Mendicare è un arrendersi al vuoto che sentiamo dentro invece di cercare in noi le risorse per stare bene con noi stessi e comprendere che nessuno ci può dare nulla che non sia già in noi.
Non si può manifestare all'esterno ciò che non si ha dentro.
Se vuoi amicizia, hai il senso dell'amicizia dentro di te? Se non ce l'hai, lo devi sviluppare TU. Nessuno può dartelo. Così anche l'amore, l'apprezzamento. 
Manifestiamo ciò che siamo.

Più acquisiamo Potere, smettendo di lamentarci per ciò che vorremmo e non abbiamo, e smettendo di sentirci vittime delle circostanze, più attiriamo ciò che vorremmo.

Più sei centrato, allineato con il tuo vero Sé, meno hai bisogno di mendicare attenzione e apprezzamento all'esterno, meno il tuo umore dipende da ciò che gli altri ti manifestano.
Diventando te stesso, più consapevole e autonomo, saranno gli altri ad essere attirati da quella centratura. Spontaneamente.

Insomma: più mendichi e meno ottieni perché non hai Potere nemmeno su te stesso.  

giovedì 30 gennaio 2014

L'Amore è tutto ciò che resta

Parliamo spesso del fatto che tutto ciò che ci sembra importante morirà con noi: il corpo fisico, la mente, le emozioni. I ricordi, forse.
E allora, cosa resta? Cosa è importante portare con sé? Cosa è necessario per l'anima, anche dopo la dipartita dal corpo?

L'Amore. 
Quello vero, incondizionato, profondo. 
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L'Amore scevro da attaccamento, bisogno, dolore.

Quella vibrazione del Cuore, è la vibrazione dell'ottava più alta, detta anche Spirito.

Per l'anima, l'amore incondizionato è un ritorno a casa, poiché l'Amore è l'origine di tutto ciò che è.

Entrando nella materia, dentro l'illusione della separazione, ce ne dimentichiamo. Ma la vita ci sfida ad amare al di là di ogni attaccamento.
Magari ci vorranno molte vite per comprenderlo nel profondo, le anime più antiche ed evolute sono più portate a sperimentarlo in questa vita.

Quindi, invece di pensare a leccare il nostro ego per renderlo più splendente, dato che non verrà con noi, invece di preoccuparci troppo per ciò che lasceremo sul pianeta, dovremmo ogni giorno lavorare su noi stessi per fare il pieno d'Amore.

Vedere il mondo con gli occhi dell'Amore, essere Amore.
Perché l'Amore è tutto ciò che resta.

"Se non amate, non siete niente". Marcelle Sauvageot

mercoledì 4 dicembre 2013

La pubblicità e il bisogno di approvazione

Uno dei modi per vedere quanto il nostro bisogno di approvazione sia inconsapevole oppure dato per scontato, è osservare con attenzione e obiettività la pubblicità.

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Nei messaggi che vengono passati, l'importanza data all'opinione altrui è fondamentale. 
Un reggiseno imbottito farà sbavare gli uomini, che ti considereranno irresistibile, una mutanda modellante per fianchi e pancia farà schiattare le tue amiche d'invidia.

Qualcuno penserà: ma l'invidia è un sentimento negativo.
Ma se qualcuno prova invidia per qualcosa, è perché questa cosa è considerata meglio di ciò che la persona invidiosa possiede. 
Quindi, implicitamente è una forma di approvazione.

Una pubblicità di un deodorante, vertirà sulla tua paura di puzzare, di creare imbarazzo negli altri e quindi sul tuo bisogno di essere approvato/a anche per il tuo odore.

Se bevi una particolare bevanda, sei un fico, e tutti ti adoreranno, e ti inviteranno ai party! Ti faranno sentire importante!
Se scaldi nel microonde una pietanza surgelata reclamizzata, i tuoi figli penseranno che sei una cuoca meravigliosa.

E così via, ce ne sono a migliaia.

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Quando impari a vedere quante cose diamo per scontate, se sei un minimo sveglia/o capisci che dare retta a queste necessità egioche è il gioco migliore per tenerti nell'addormentamento continuo.

Come fa notare il buon vecchio Eckhart Tolle, la pubblicità crea necessità che non esistono promettendo paradisi artificiali e altrettanto effimeri perché solo inseguendo l'illusione della felicità si vendono prodotti.
Un mondo pieno di gente soddisfatta di sé, completamente integrata con il proprio Sé superiore, che bisogno ha di consumare prodotti superflui?

martedì 3 dicembre 2013

Le etichette

Nell'articolo di ieri ho accennato alla nostra tendenza ad etichettarci in base al nostro vissuto.
Considerarci in un certo modo denota il fatto che pensiamo di essere quella cosa lì senza possibilità di scampo. E' una gabbia autoimposta.

Se soltanto fossimo capaci di dirci che oggi ci sentiamo pigri, non che siamo pigri in generale, o che abbiamo commesso qualche sbaglio come tutti e non che tutto ciò che facciamo è un disastro, la nostra vita cambierebbe. In meglio.

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Invece, abbiamo sempre scuse pronte, tipo: sono fatto così, sono sempre stato così, non posso farci nulla, è nella mia natura. A volte anche tutte insieme… Come scrive Wayne Dyer nel libro Le vostre zone erronee.

Queste scuse sono un'etichetta che ci stiamo mettendo da soli per non fare lo sforzo di uscire dai nostri schemi. 
Generalizziamo perché la mente ha bisogno di classificare tutto nell'illusione di comprendere meglio. 

Ma ci tengo a precisare: questo desiderio di migliorarci deve nascere da noi. MAI permettere a qualcuno, tipo il proprio fidanzato o marito, di dirci che dobbiamo cambiare. 
Quando sono gli altri a dirlo, è molto probabile che ci stiano implicitamente dicendo che non ci accettano per ciò che siamo ma vogliono trasformarci nel loro ideale, nella loro proiezione.

La voglia, lo sforzo di migliorarci uscendo dalla etichette autoimposte deve nascere solo da noi. 
Se poniamo attenzione ai nostri pensieri e alle cose che diciamo di noi, possiamo avere un'idea abbastanza corretta fin da subito di quelli etichette ci siamo messi addosso.

A volte ci piace giocarci, ci compiaciamo di recitare sempre la parte della svampita, del tombeur de femme, del coraggioso che ama il rischio, della sapientona, e così via.

Se soltanto avessimo la capacità di considerarlo come un gioco momentaneo, entrando e uscendo dalla parte come attori navigati, sarebbe divertente, un bell'esempio di libertà dagli schemi.
Ma il problema è che la maggior parte dell'umanità è intrappolata nei suoi schemi e passa il tempo ad autocommiserarsi per un ruolo che si è creata da sola. Insomma, finisce per essere insieme vittima  carnefice di se stessa.
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Oppure se ne compiace, vittima del proprio ego ipertrofico, e non immagina nemmeno che potrebbe recitare un altro ruolo, se solo volesse.

Come possiamo comprenderci e accettarci davvero se ci limitiamo dentro a un'etichetta?
E se non ci riusciamo, continuiamo a farci del male in modo inconsapevole.

Perché?
Perché siamo fatti così, siamo sempre stati così, non possiamo mica cambiare...