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mercoledì 25 settembre 2013

La meditazione secondo Marina Borruso

Che cos'è davvero la meditazione?
Molti sono influenzati dalla cultura indiana yogica che vede la meditazione come una disciplina anche del corpo, che all'inizio può risultare persino dolorosa.

Marina Borruso, che porta l'insegnamento di Eckhart Tolle in tutta Europa, invece è più accondiscendente.
Non si deve raggiungere uno stato particolare, secondo lei, ma stare. 
Foto dell'autrice
Stare tornando a noi stessi.

Non si tratta per esempio di respirare in un certo modo, basta osservare il respiro che c'è, scrive, non si tratta di essere rilassati, ma di essere consapevoli del rilassamento o del non rilassamento che c'è.

Anche per ciò che riguarda la posizione del corpo, più che sforzarsi di mantenere una posizione, basta portare attenzione sulla posizione che abbiamo mentre meditiamo.
Stando così nel Presente, il corpo stesso pian piano si allineerà con lo stato di consapevolezza, con movimenti e assestamenti spontanei.

Liberando il corpo dal controllo della mente smetteremo di manipolare l'esperienza che stiamo vivendo.

Nella meditazione tradizionale la respirazione è funzionale a mantenere l'attenzione su di essa per non seguire i pensieri.
Ma secondo Marina Borruso anche la semplice osservazione di ciò che è, ciò che siamo in questo momento, è già efficace a sganciare la mente del suo flusso inarrestabile pieno di brusio.

Foto dell'autrice
Persino la sonnolenza che a volte può coglierci mentre meditiamo non è più vista come un'incapacità di stare con attenzione, ma può essere funzionale all'osservazione di quello stato particolare che ci ha colti.

Ogni cosa che accade in noi e fuori di noi andrebbe osservata.
Lì c'è il Presente, e il Presente ci porta a Essere.



lunedì 6 maggio 2013

Mai imparare discipline sui libri!

Foto dell'autrice
La prima volta che ho approcciato gli esercizi dei cinque tibetani, l'ho fatto seguendo le istruzioni del libro originale, di Peter Kelder.
Dopo pochi giorni mi sono trovata la cervicale bloccata, e sono stata costretta ad abbandonarli. 
Quando ci ho riprovato qualche tempo dopo, stesso nefasto risultato. 

Eppure tutti i praticanti dicono di averne giovamento, anche dal punto di vista muscolare e delle giunzioni.
All'epoca, ne ho tratto la conclusione - errata - che fosse colpa della mia cervicale irrigidita.

Poi mi è capitata l'occasione di seguire il corso tenuto da Alberto Chiara, che mi ha finalmente spiegato il perché del mio disagio.

Il libro di Kelder parla degli esercizi senza introdurre la respirazione corretta e e l'importanza delle apnee al momento giusto, inoltre non accenna al movimento del perineo che porta energia all'organismo, detto Yoga del Tao o Tao Yoga.

Senza questi piccoli ma fondamentali segreti, i 5 tibetani si limitano a essere degli esercizi di yoga dinamico con sì, dei benefici per i muscoli e le articolazioni, ma non caricando energia come dovrebbero, e chi ha problemi di rigidità peggiora la sua condizione.
Inoltre, Alberto consiglia di scaldare il corpo con esercizi di allungamento della colonna e qualche addominale prima di fare i cinque esercizi. 

Foto dell'autrice
Una volta imparati i segreti, di cui parla nel suo libro Il mistero rivelato dei RITI TIBETANI (Hermes Edizioni), in effetti l'energia caricata porta una serie incredibile di benefici già dai primi giorni - se si fanno quotidianamente.

Prima di tutto, si è meno stanchi, si dorme meno ma meglio, si ha più lucidità mentale, si ha una rinnovata gioia di vivere, più entusiasmo, più voglia di fare le cose.
Presto i piccoli acciacchi spariscono, non solo a livello di muscoli e articolazioni, ma qualsiasi disturbo abbiamo, in poco tempo viene attenuato fino a sparire.
C'è chi testimonia addirittura di avere meno rughe e meno capelli bianchi.

Alberto consiglia di farsi un elenco di disturbo e affezioni, che man mano verranno depennate. Segnarsi la data della compilazione è importante per capire in quanto tempo i benefici saranno evidenti.

Allora, siete convinti?!




mercoledì 30 gennaio 2013

La spiritualità non ha padroni - la suora yoga

Mi è capitato, alcuni anni fa, di imbattermi in una donna che mi è rimasta impressa. 
Viveva in una ex cascina immersa nel verde di una valle montana, ora trasformata in un centro spirituale olistico e agriturismo.

La signora che lo dirigeva accolse me e le mie amiche con una felpa di pile a colori vivaci e ai piedi sandali senza calze, nonostante fosse fine ottobre. Dopo averci mostrato il centro, all'esterno del quale alcune persone stavano praticando Tai Chi in silenzio, e un piccolo cromlech che aveva tutta l'aria di un santuario pagano molto antico, ci raccontò la sua storia.

Era svizzera tedesca, e ci disse, con il suo forte accento:
"Io zono stata per fenti anni in monastero di Klauzura qvi in Piemonte".
Foto dell'autrice
Sorridendo per il nostro stupore, ci disse della sua passione per la pratica dello yoga, che aveva introdotto al monastero.
Le sue consorelle ne erano entusiaste, al punto che la donna decise di aumentare le ore settimanali di pratica di questa disciplina.
E qui si scontrò con il vescovo.
"Il fescofo mi ha detto: Troppe ore di yoga per konfento. Cozì io me ne zono andata fia."
Buttando il velo alle ortiche.

Foto dell'autrice
Ho ripensato al mito artemidiano della donna che segue le sue scelte fino in fondo e non accetta padroni - o tutto o niente - e se ne va nella foresta a inseguire il suo sogno, la sua ragione di vita.

Non riesco a immaginare delle suore che fanno yoga in convento, ma l'idea è meravigliosa e, prima di tutto in quanto donna, sono contenta che questa monaca abbia scelto di non sottostare a delle restrizioni ingiuste e immotivate, se non dalla chiusura mentale dei suoi superiori.

Perché la spiritualità, quella vera, profonda e sentita, non ha padroni. 
Segui il tuo sogno, se senti che ne vale la pena. 
Siamo qui per usare i nostri doni e seguire la nostra propria missione.
Nessuno può sapere al posto nostro cosa inseguire.

A guardarla negli occhi, a leggere il suo sorriso, l'ex suora yoga era una donna realizzata.


domenica 23 dicembre 2012

Ascoltare il corpo

Foto dell'autrice
E' vero, noi non siamo il nostro corpo e non dovremmo identificarci solo con il nostro aspetto esteriore, ma il corpo è pur sempre un magnifico mezzo. 
E' la nostra navicella per entrare nel mondo ed esplorarlo. 
Come potremmo sperimentare la materia senza un corpo?
Quindi basta con l'atteggiamento medievale che vuole il corpo come fonte di ogni male, come qualcosa di sporco, svilente, impuro. Qualcosa di antitetico all'anima.

Il nostro corpo è un tempio. Il nostro corpo ci parla. Ha una sua intelligenza e una sua emotività peculiare.
Ascoltare il corpo è fondamentale perché, essendo capace di somatizzare le emozioni, ci è maestro.
Il corpo soffre dove c'è sofferenza emotiva, si blocca dove c'è blocco emotivo.
Il corpo ti avverte quando è ora di cambiare. Si ammala, o prova fastidio per qualcosa. Il corpo ti sprona a fare cose nuove con le frenesie improvvise.


Foto dell'autrice
A me è capitato, anni fa, di sentire un impellente bisogno di fare yoga. Il mio corpo mi stava dicendo che era il momento di prendersi una pausa di riflessione e rilassarsi.
Poco tempo dopo, quella disciplina mi è venuta all'improvviso a noia, ed ecco che il mio corpo mi stava urlando che aveva bisogno di uno sport dinamico.

Quando sono triste o turbata, quando sento che i pensieri circolari stanno mandando in loop la mia mente, il mio corpo mi chiede di portarlo a spasso, a passo spedito.
Il ritmo della camminata scioglie i pensieri fissi e smuove nuove riflessioni più serene, le fa fluire lungo il sentiero. 

Anni fa una sciamana malgascia mi ha detto che non bisogna mai stare troppo fermi o i demoni si impossessano del nostro corpo.
A livello psicologico è vero: la depressione arriva dove c'è sedimentazione, immobilità, mancanza di iniziativa, pigrizia.
Quindi, metaforicamente, è vero: mai permettere al demone della depressione - o solo della tristezza - di impossessarsi del nostro prezioso corpo o saremmo perduti.

Il corpo non mente mai. Basta imparare ad ascoltarlo.
E ascoltare il nostro corpo, accettandolo, ci insegna ad amarci un po' di più.

domenica 18 novembre 2012

La Legge dello Specchio

Qualche anno fa mi trovavo in piena rimessa in discussione dei miei valori e delle mie potenzialità. Volevo a tutti costi separarmi da mio marito perché sapevo dal profondo di me stessa che non era più cosa ed ero decisa a trovarmi un posto tutto mio dove stare, nei dintorni, dato che mia figlia andava già a scuola.
Un giorno ero in montagna con mia cognata, e mentre passeggiavamo nel bianco abbacinante della neve ghiacciata che scintillava al sole come polvere diamantina sotto un cielo sereno, il suo cane nero che correva felice sollevando sbuffi di neve farinosa dietro di sé, le esposi i miei progetti.
Lei ascoltò paziente. Poi mi disse che stavo facendo il passo più lungo della gamba e che rimanere nei dintorni, cioè lontano un centinaio di chilometri dalla mia famiglia di origine, non era una buona idea. Credeva sarei rimasta isolata e in balia di legami che non volevo più, dato che potevo contare solo su  quelli.
Mi disse: "Torna da tua madre, là hai già una casa, lei ti aiuterebbe con la bambina e tu potresti trovarti un lavoro per essere indipendente." Certo, il ragionamento era condivisibile, ma mi diede una stretta al cuore. Pensavo alle mie amiche, al legame profondo che si era creato con loro, al posto in cui vivevo in senso lato, cioè la collina di Torino, che amo, ai paesaggi mozzafiato delle montagne innevate che si stagliano dietro i colli verdi nelle giornate terse e fredde, i boschi fitti vicino a casa, dove gli uccelli gorgheggiano così forte che potevo sentirli da casa, a qualche chilometro di distanza.

Pensavo al fatto che vivere a Torino era stata una scelta dettata dal cuore anni prima, quando dalla mia città di origine avevo scelto l'avventura di andare a vivere per conto mio, all'epoca in centro, ed era stata una grande conquista per una come me sempre piena di timori. Poi, sposare un torinese aveva confermato che il mio destino era legato a questo luogo, a questa provincia. Rivedermi con il pensiero a tornare alla vita della provincia profonda, in una città che mi era diventata estranea e che non mi mancava per nulla, al grigiore dei palazzi circondati dalla pianura, senza la presenza autorevole e maestosa dei monti all'orizzonte che paiono proteggerti in un abbraccio paterno...

No, era insopportabile. Eppure, tornando a casa dalla montagna, quel pensiero cominciava a scavare un solco, e mi dicevo che in effetti tutto sarebbe stato più semplice, anche se per l'affido condiviso novanta chilometri di distanza sono troppi e avrei potuto avere dei problemi con il coniuge. Ne parlai con mia madre, un giorno che venne  a trovarmi, camminando per le splendide colline che forse presto avrei dovuto lasciare. Lei confermò la teoria di mia cognata.
Disse che mi avrebbe lasciato anche la casa a disposizione e se ne sarebbe andata in un piccolo appartamento di nostra proprietà. Mi sentii meglio. Almeno per un po'. Ma i dubbi, le ragioni del cuore, tornavano a urlare dentro me. Non scappare, dicevano. Non trovare scorciatoie. Là non saresti felice.

Disperata, chiamai la mia migliore amica, la mia sorella d'anima, la mia consigliera saggia e spietata - come ogni migliore amica dovrebbe essere.
Andammo in campagna e ci sedemmo su un colle che dominava il paesaggio, in un sole tiepido di marzo. Le esposi tutto, cercando di essere obiettiva.
Lei ascoltò in silenzio, poi, con la sua voce vellutata e scrollando il capo mi disse:
"Tu stai ascoltando le sue proiezioni. Lei dice che per te è meglio tornare a casa perché forse è quello che farebbe lei al tuo posto. Ma se la ascolti, è perché quelle ragioni che ti stai raccontando sono a loro volta uno specchio di ciò che alberga in te.  Non è andando via che le cose cambiano, se tu non cambi visione delle cose stesse. Nulla è fuori di te. E' la Legge dello Specchio. E' solo rimanendo con quello che c'è, amando la tua vita qui e ora che puoi muoverti felice verso altri luoghi che desideri. Se invece vai via per insoddisfazione o per la paura di non farcela con le tue forze, ne rimarrai intrappolata per sempre."

Di colpo, la mia visione cambiò, vidi la cosa con così tanta chiarezza che mi sentii come se avessi fatto un balzo quantico di coscienza. La ringraziai, e già dal giorno seguente la mia vita parve migliorare di colpo. Niente più angoscia, solo la calma consapevolezza di avere la chiave per cambiare davvero vita. Da dentro. Decisi di apprezzare ciò che avevo, smisi di odiare la casa in cui vivevo con mio marito e di sentirmi in trappola, e cominciai a elencare le cose belle della mia situazione. Per esempio: era una casa in mezzo al verde, con le colline boscose davanti in cui echeggiavano i cinguettii degli uccelli di bosco, potevo andare a passeggiare nel fitto degli alberi facendo pochi passi a piedi, al mattino c'era il sole caldo che inondava la cucina.
Mi occupai di abbellire la casa con il mio tocco personale anche se sapevo che non ci sarei stata ancora per molto. Mi iscrissi a un corso di yoga, ricominciai a fare anche meditazione dopo anni, accendevo l'incenso, mettevo musica indiana nello stereo, accoglievo la sera la mia famiglia cucinando con il cuore, con quella musica rilassante in sottofondo.
Decisi anche che il mantra che raccontavo a me stessa e agli altri - cioè che la casa che avrei voluto affittare era troppo costosa per le mie possibilità che i prezzi erano troppo alti - era una palla che mi stavo raccontando. Sapevo che tutto è possibile, basta avere fiducia.
Così, stando nella quiete, lasciai andare il desiderio di trovare una casa come avrei voluto, compreso il prezzo dell'affitto. In pochi mesi, il miracolo avvenne.
Due settimane dopo aver avuto il nulla osta dal giudice per trovare un posto dove stare, la casa che avevo chiesto era lì ad attendermi.