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venerdì 27 febbraio 2015

Scendere nell'ombra

Quando tutto pare andare storto, quando il dolore emerge, il disagio si fa sentire, quando si è in un forte dubbio, ci si sente a una svolta e non si sa quale strada scegliere, è tempo di scendere nell'ombra.

Ombra - Autoritratto dell'autrice
Come Persefone che scende nell'Oltretomba, dobbiamo esplorare quei luoghi sconosciuti dentro di noi, con coraggio, facendoci amicizia. Persefone sposa Ade, dio degli Inferi, e questo le permette di diventare la Regina di quei luoghi, li domina. Dobbiamo avere il coraggio di avvicinarci e prendere confidenza con ciò che in noi è ancora inconscio ma crea dolore. E' proprio quel dolore la spia. E' da lì che si può partire verso una coraggiosa esplorazione dei nostri Inferi. 

Scendere nell'ombra è ascoltarsi, ascoltare il disagio profondo che viene a galla. Solo restando per un po' nelle tenebre, lasciandoci invadere da esse per il tempo necessario a comprenderle, possiamo divenire Re e Regine del nostro Regno infero interiore.

Hermes, messaggero degli Dèi, che giunge a riportare Persefone alla luce è simbolo della Consapevolezza. Egli si fa messaggero di ciò che lei deve imparare. 
Infatti, una volta tornata sulla terra, alla luce del sole, da sua madre Demetra, Persefone dovrà passare comunque una parte del suo tempo nell'Ade. Cioè, ogni tanto bisogna scendere nell'ombra per esplorare ciò che resta celato, è qualcosa che non va mai trascurato.

venerdì 24 maggio 2013

La solitudine intenzionale

Clarissa Pinkola Estés nei suoi testi parla spesso della necessità animica di prendersi del tempo per sé stessi.

Foto dell'autrice
Ogni passaggio di vita, situazione di difficoltà o di dolore, necessita di un periodo in cui stare da soli per elaborare, leccarsi le ferite e tornare al mondo guariti.

Un bel simbolo ancestrale di rinascita è l'orsa, che passa l'inverno nella tana e a primavera ne emerge insieme ai cuccioli che nel frattempo ha partorito.

La nostra vita è ciclica, fatta di momenti di corsa e altri di pausa, di luce e ombra, di sonno e veglia.

Chi non sa stare da solo almeno il tempo necessario per rimettersi in sesto dopo un periodo difficile, non riuscirà a guarire.
Perché si porterà appresso tutte le ferite scaricandole sull'amico o sull'amore di turno. Trasformando le relazioni in discariche emotive. 

Ma, proprio perché siamo esseri ciclici, dobbiamo saper tornare a stare con l'altro, una volar finita la nostra pausa.
Come in ogni cosa, ci vuole il giusto mezzo, e rifugiarci per sempre nell'ombra non ci giova. Siamo animali sociali.
Foto dell'autrice

Anche Persefone, regina degli Inferi, vi trascorreva pochi mesi all'anno. Il resto del tempo era libera di emergere alla luce del sole e di passare del tempo con le persone care, come una qualsiasi fanciulla spensierata.

C'è un tempo per la solitudine intenzionale e un tempo per tornare nel mondo, nella danza della vita e dell'amore.
C'è un tempo per rimettersi in gioco, e lasciar entrare la primavera chiassosa che spazzi via il silenzio della neve.

martedì 9 aprile 2013

Baubo, la magnifica Dea sporcacciona

C'è una versione del mito greco del rapimento di Persefone raccontata da Clarissa Pinkola Estés in Donne che corrono coi lupi, che racconta dell'intervento della piccola Dea a restituire il sorriso a Demetra.

Dea neolitica del parto - Foto dell'autrice
Demetra, prostrata dal rapimento della figlia da parte di Ade, esasperata dalla ricerca infruttuosa, si siede a riposare accanto a un pozzo, e vede arrivare una piccola creatura che danza in modo provocante.
E' una specie di donna il cui volto è una pancia con capezzoli al posto degli occhi e una vulva al posto della bocca.
Con quella bocca comincia a intrattenere Demetra con storielle piccanti.

Demetra cominciò a sorridere, scrive l'autrice, poi ridacchiò, poi esplose in una fragorosa risata. (...) 
E fu proprio questo riso che trasse Demetra dalla depressione e le diede l'energia necessaria per continuare la ricerca della figlia.

Quando Persefone fa ritorno, ecco che la terra e il ventre delle donne, che erano stati maledetti, riprendono a fiorire.

La piccola dea panciuta Baubo, continua l'autrice, ci offre l'interessante idea che un po' di oscenità aiuta a vincere la depressione. (...)
Le storielle "sporche" possono far svanire la collera, lasciando la donna più contenta di prima. Provate e vedrete.

Ma perché Baubo ha quegli occhi e quella bocca?
Secondo la Pinkola Estés, vedere con i capezzoli è una metafora sensoriale. 
I capezzoli sono organi psichici, che reagiscono alle emozioni e alla temperatura.
E il parlare con la vagina simboleggia il parlare con la prima materia, ovvero il più profondo e istintivo livello di sincerità, di verità.

Le origini di Baubo si perdono nel tempo. 
Prima era la dea neolitica della nascita e rigenerazione associata alla rana e al rospo, poi è la sumera Bau, dea della medicina, della salute e della fecondità.
Nelle raffigurazioni, Baubo è la dea che mostra la vulva, a volte sollevando la veste secondo un rito che probabilmente risale al neolitico, scrive l'archeologa Marija Gimbutas nel libro Le dee viventi (Medusa ed.). 
Un rito noto anche nell'antico Egitto.

Sheela na gig - Foto dell'autrice
Ma se pensate che questa divinità sia troppo pagana e sporcacciona per essere ammessa dal cristianesimo siete fuori strada: c'è un'immagine ricorrente scolpita nelle chiese medievali d'Irlanda e Inghilterra, e pure Galles e Francia.
E' Sheela na gig, l'impudica.
Ha occhi e bocca di rana e con le mani tiene spalancate le labbra della sua enorme vulva.
La sua derivazione diretta con la dea rana o rospo è evidente, e il fatto che sia spesso scolpita sulle arcate di ingresso delle chiese ha una valenza altamente simbolica e potente: il tempio è il ventre della Dea, luogo di culto sì, ma anche di rigenerazione.

La Gimbutas fa spesso notare come gli attributi sessuali della Dea anticamente non avessero nulla di pornografico e morboso, e nemmeno dissacratorio.
Tutta la vita nasce da una vulva. 
Come può un organo così fondamentale non essere sacro?

Solo popoli che temono profondamente il potere e la sacralità femminile potevano inventare religioni che considerano il sesso peccaminoso e sporco.

Riprendiamoci il meraviglioso potere di ridere, danzare, fare l'amore in modo gioioso come Baubo!



lunedì 10 dicembre 2012

Afrodite, esempio di equilibrio per tutte noi

Tempo fa sono rimasta sedotta dal celeberrimo libro di Jean S. Bolen Le dee dentro la donna, in cui si analizzavano a livello psicologico le caratteristiche delle divinità femminili greche.
Nella situazione difficile che stavo affrontando nella mia vita di allora, sentii nascere in me il forte desiderio di prendere a modello 
archetipico la figura di Artemide, dea considerata invulnerabile, indipendente, che basta a se stessa. 
Avevo in effetti bisogno di prendermi cura di me, della mia parte interiore un po' trascurata e non volevo avere distrazioni. Uscivo da un matrimonio difficile ed era tempo per me di stare un po' da sola, di bastare a me stessa.

Tempo dopo, però, mi capitò di leggere su consiglio di un'amica un testo altrettanto noto di psicologia junghiana, anch'esso basato sugli archetipi delle divinità greche. 
Era L'anima delle donne, di Aldo Carotenuto (Bompiani).
In questo testo l'ostinazione delle dee invulnerabili Artemide e Atena per la castità e la netta separazione dal maschile vengono viste sotto una luce nuova, più critica. 
Foto dell'autrice
Carotenuto tiene molto a sottolineare quanto il vivere in modo sano e armonico la dimensione dei sentimenti e della relazione con l'altro sia indispensabile per il benessere psichico di ogni essere umano.

Artemide, in fondo, pecca della presunzione di poter vivere senza relazionarsi con la dimensione maschile, negandola a sé stessa, e quindi finendo per conoscere solo una parte del mondo, cioè quello femminile. Atena, dal canto suo, come può davvero essere considerata invulnerabile se indossa una corazza? Da cosa si vuole proteggere?
"Rifiutare l'incontro con l'altro sesso significa rifiutare la possibilità di essere coinvolti emotivamente", scrive l'autore.

Ecco entrare in gioco Afrodite, dea dell'Amore e della Bellezza. 
Lei si relaziona con il maschile di continuo, essendo seduttrice e pure madre, ma a differenza di Era moglie di Zeus che esiste in quanto moglie e nel proprio ruolo trova unica realizzazione, o di Persefone che necessita di qualcuno che si prenda cura di lei e che decida per lei, Afrodite si mette in gioco. 
Seducendo sì, ma senza perdersi, poiché la sicurezza di sé e l'autostima non le mancano. Sa stare anche da sola, ma dal sesso opposto è incuriosita, nella relazione trova un'opportunità di crescita.  
Afrodite rappresenta il desiderio di conoscenza, di contatto, di comunicazione. Quanto il desiderio viene assecondato,  genera nuova vita e nuove situazioni.
La seduttività di Afrodite non è causata dalla sua avvenenza fisica soltanto, ma soprattutto dalle sue doti psicologiche.
Una donna Afrodite "è estroversa, capace di suscitare in chiunque la incontri il desiderio di farsi trasportare in un mondo diverso, misterioso e affascinante."
"L'Immagine proposta da Afrodite (...) è quella di una donna non soltanto splendida ma, soprattutto, forte e tenace, completa, di una donna indipendente, che non ha alcun bisogno di un uomo per sentirsi viva."
Quindi se ne deduce che il piacere della relazione con l'altro può davvero essere vissuto come un godimento e una gioia, e non come una richiesta d'amore e di attenzione. D'altro canto, non c'è alcun bisogno di chiudersi all'altro solo per paura di essere ferite.
Quante di noi sanno essere come Afrodite?