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martedì 8 novembre 2016

The wall e il non perdono

Oggi mi soffermerò sul tema del non perdono rappresentato magistralmente dal protagonista dell'album e del film The Wall dei Pink Floyd. 
Nel mio libro attualmente in campagna di crowdfunding Manuale rock per guerrieri danzanti c'è un capitolo interamente dedicato a questo argomento. Eccone un breve estratto:

"Qualsiasi blocco, dolore, rabbia antica ti intasi la mente e il cuore, il disgorgante giusto si chiama Perdono. Non è in vendita in nessun supermercato o Fai-Da-Te. Ce l’hai già dentro di te, nella cassetta di pronto soccorso dell’anima che abbiamo in dotazione venendo al mondo, ma la maggior parte dell’umanità ha perso la chiave, anzi, molti non ricordano nemmeno di averla, quella cassetta salvavita. Il perdono è un lasciar andare: per-dono, in inglese il verbo è (to) for-give. Donare, ovvero dare amore a quella parte dolorante, trascurata, non amata. Il perdono parte da noi verso qualcosa o qualcuno. Che sia una persona all’esterno o un meccanismo interno inceppato poco importa. Ma se qualcosa non funziona a dovere, prima di puntare il dito fuori bisogna andare a recuperare la cassetta di pronto soccorso dell’anima e, una volta individuato il grumo di mancanza di perdono che sta creando il disagio, versagli sopra un po’ di sciroppo magico. Perdono, appunto. E’ dolce e scalda il cuore, e non ha gli effetti collaterali del Porto. E’ la panacea per eccellenza.

Il vittimismo è mancanza di perdono, così come la diffidenza, la chiusura, l’autodistruzione. Tutte queste parole rimandano a un film: The Wall dei Pink Floyd. La rockstar protagonista non ha ancora perdonato il proprio padre per essere morto in guerra mentre lui era in fasce, quindi per non esserci stato, per non essersi preso cura di lui e di sua madre - divenuta, così, castrante verso il figlio unico - in base al tipico meccanismo psicologico: la morte di un genitore è vista dal bambino come un abbandono volontario. Da qui nascono il rancore, il vittimismo, la lamentela. Le immagini ossessive che popolano la mente del protagonista sono lì a sottolineare questo sentimento. Se solo lui potesse ancora ricordare in quale cassetto, scaffale o stanza resti abbandonata la boccetta del prezioso sciroppo Perdono - che tutto guarisce - non finirebbe per impazzire, fino ad immaginarsi un dittatore per compensare la propria frustrazione, il senso di sé come nullità. Il sentimento di abbandono ha minato la sua autostima, il suo rapporto con sé stesso e di conseguenza con gli altri, anche le proprie relazioni amorose. Il muro protettivo che si costruisce non è però una zona di comfort, gli si ritorce contro."

Nonperdono (Red wall) - Foto dell'autrice

Questo libro nasce dalla mia convinzione che la musica può essere un grande veicolo di consapevolezza, infatti qui il rock è solo un pretesto. E' un libro che mostra metafore del Risveglio anche nei posti apparentemente più impensabili.

Buona lettura a tutti!

venerdì 8 gennaio 2016

Le donne artemidiane

Nonostante una sempre maggiore parità tra i sessi e libertà femminile, è innegabile che esistano ancora modelli ancestrali che condizionano le donne, minando la propria autoaccettazione.
Ancora molti uomini, spesso involontariamente, rimproverano alle donne di non essere abbastanza femminili, di non avere un seno prosperoso - quasi fosse una colpa gravissima - di essere troppo mascoline, indipendenti e grintose. 
A volte il fatto che una donna sappia fare bene lavori maschili viene vissuto dall'altro sesso come un affronto che viene combattuto sminuendole o prendendole poco sul serio. Scrivo anche per esperienza personale.


Bronzetto sardo - Foto dell'autrice
Questo, a livello inconscio, continua a minare l'autostima delle donne che per varie ragioni karmiche sono nate con fisici androgini e poco propense a occuparsi volentieri delle attività tradizionali femminili, come lavori domestici, ricamo, cura dei pargoli o shopping. 
C'è un verme pericoloso che striscia dentro di esse portandole a credere di essere in qualche modo sbagliate, troppo mascoline, e quindi anche poco appetibili per il sesso opposto.

E' come se dentro di noi l'unico archetipo femminile possibile fosse la Grande Madre, quella accogliente, feconda, tutta curve e seno prosperoso. Ma con questo sentimento, sminuiamo tutte le altre dee archetipiche che convivono nel nostro inconscio collettivo. 
Dimentichiamo che esiste Estia, la mistica per eccellenza, Atena la combattiva, l'intellettuale, Artemide la selvatica, errabonda, inafferrabile.

In genere definisco artemidiane tutte quelle dal fisico androgino e dagli ideali di libertà individuale, fuori dagli schemi, perché è la divinità greca che riassume in sé gran parte delle caratteristiche delle donne contemporanee. Quelle che sono pronte ad alzare la voce se qualcosa non va nel loro mondo, invece di starsene zitte in un cantuccio ad occuparsi solo della gestione domestica come un tempo si conveniva alle donne cosiddette rispettabili.

Questo addomesticamento di millenni ci ha rese insicure, dubbiose, piene di contraddizioni. Spesso, purtroppo, molte donne barattano la propria natura indomabile artemidiana per il senso di sicurezza e cura da parte di un partner. Ma così si tradisce la propria natura guerresca.
Arciere sardo - Foto dell'autrice
Non c'è storia che tenga, se sei nata con un aspetto e un carattere combattivo, a volte duro, testardo, se ti adiri per le ingiustizie diventando sboccata, se te ne freghi dei belletti e dei vestiti firmati, se non sei capace di camminare sui tacchi a spillo e ti ecciti di più alla vista di un libro sul Risveglio, di un combattimento o alla vista di una ferramenta, non sei sbagliata. Sei semplicemente te stessa.

Sono contenta che nel settimo film della saga di Star Wars finalmente l'eroina sia una donna, una ragazza dai grandi poteri che sa cavarsela da sola, non si piange addosso, e quando serve riesce ad attingere a livello istintivo alla propria saggezza e ai propri talenti. Ebbene, mi auguro che questo personaggio, Rey, diventi per le nuove generazioni - ma non solo - quello che Luke Skywalker è stato per la mia: il modello del guerriero indomito che lotta con ogni mezzo per restare nel lato luminoso della Forza e non cadere nella tentazione del male. Il fatto che finalmente ci possano essere grandi jedi donna è un segnale importante.

Donne artemidiane: accettatevi per ciò che siete, perché siete perfette. Siete venute al mondo per portare la vostra grinta come esempio. Ce n'è più che mai bisogno!



mercoledì 9 settembre 2015

Portare le cose a termine

Per i procrastinatori, i pigri e gli indecisi, imparare a portare le cose a termine è fondamentale. Non è solo una questione pratica.
Chi non riesce a finire ciò che ha incominciato - che siano le pulizie di casa, un progetto di lavoro o un romanzo poco importa - è a rischio bassa autostima. 

Se la pigrizia o il senso di incapacità hanno il sopravvento sull'azione, si finisce per guardarsi indietro scoprendo con orrore che non si è combinato nulla di ciò che era nei nostri progetti. Il senso di incompiutezza è come un coltello piantato in un fianco.
Sedia abbandonata - Foto dell'autrice
Ma esso non mina solo l'autostima, mina pure la nostra evoluzione.
Se mai finisci il percorso che hai intrapreso, mai scoprirai cosa c'è alla fine. Non diventi saggio. Rimani sospeso, come l'impiccato dei Tarocchi.

Sforzarsi di portare le cose a termine - anche a costo di mettersi una sveglia, post-it vari in giro per casa, segnarselo sull'agenda ogni santo giorno fino al compimento - serve anche ad esercitare la Volontà, che è alla base del cammino del guerriero di pace.

Ve lo immaginate Bruce Lee che al mattino si rigira nel letto e dice che rimanda a domani il suo allenamento di kung fu? Non sarebbe diventato l'esempio universale che è se avesse procrastinato di continuo senza portare a termine i suoi sogni.

E ora, cari lettori, alzate il culo e sforzatevi di finire quello che avete sognato di realizzare!



martedì 13 maggio 2014

Fare il salto

Quante volte nella nostra vita vorremmo ma non osiamo? Il nostro cervello rettile ci intima di stare fermi, oppure di scappare per non soccombere.

Magari la cosa giusta, la svolta, il lavoro sognato, la persona che fa  per noi, l'evento rivoluzionario stanno dietro l'angolo. Ma noi temiamo di svoltarlo. Come i bambini abbiamo paura che ci sia l'Uomo Nero che ci acchiappi e ci mangi.

Foto dell'autrice
E' normale avere paura davanti ai cambiamenti, il nostro corpo non li ama, e nemmeno la mente. La mente preferisce crogiolarsi nella solita cara minestra riscaldata perché è più confortante. Magari è terribilmente insipida, ma per essa è sempre meglio del nuovo, che chissà quanto potrebbe essere piccante!

Ma per timore di farci male, ci facciamo ancora più male, rimanendo ad annoiarci, stanchi e demotivati, nel nostro solito cantuccio. Che puzza di muffa, ma è pur sempre casa, pensiamo…

La grande opportunità sta nel riconoscere che abbiamo paura e affrontarla. Guardarla negli occhi e poi buttarsi. Come tirare un sospiro e poi svoltare l'angolo dove temiamo ci sia qualcosa di brutto. Per scoprire invece un mondo nuovo, meraviglioso.
E se poi, invece, là dietro non c'è nulla di interessante, avremo la bella sensazione di averci almeno provato. Che è meglio del rimpianto di non averlo fatto. 
Anche questo aiuta l'autostima.

Come dice quel vecchio detto Se vuoi qualcosa che non hai mai avuto, devi fare qualcosa che non hai mai fatto.

Foto dell'autrice
Ogni vero guerriero sa che essere coraggiosi non è non avere mai paura, ma fare le cose nonostante la paura. Solo così si può sconfiggere. Passandoci attraverso.

Se invece continuiamo a non svoltare l'angolo non potremmo mai vedere, sperimentare qualcosa di diverso, e quindi anche di meglio. Sarà inutile lamentarsi di quanto sia banale quella strada ormai conosciuta fin troppo bene, se non abbiamo il coraggio di cambiare tragitto.

Fare il salto ad occhi chiusi è importante. Perché chiudendo gli occhi - il nostro maggiore punto di riferimento che si collega alla mente - possiamo affidarci al cuore, alla luce interiore, alla voce che ci sussurra che ci possiamo tranquillamente buttare e la vita ci sosterrà. Fermando la mente, non ci diremo tutte quelle bugie che ci diciamo da soli per non ammettere che ce la stiamo facendo sotto dalla paura. 

Ho paura ma mi butto. Perché ho fiducia. 




giovedì 6 marzo 2014

Non dare la colpa

Una cosa tipica dell'essere umano è addossare la colpa all'esterno di tutto ciò che non funziona o ci ferisce, dei nostri fallimenti, delle incomprensioni, e via dicendo.

Se questo apparentemente per la nostra mentalità è comodo, perché puntare il dito fuori di noi ci fa sentire non responsabili, evitando così di guardarci dentro e comprendere cosa ci fa stare male, dall'altro lato ci toglie autostima.

Perché se pensiamo che gli altri, cioè il mondo esterno, siano responsabili della nostra sofferenza o dei fallimenti, stiamo dicendo a noi stessi di essere impotenti.
Foto dell'autrice
Il mondo intero è al di fuori del nostro controllo, pensiamo, e questo è deprimente. Qualsiasi cosa tu faccia, tanto la vita è ingiusta e crudele e ti farà del male…

Questa forma pensiero è la prima responsabile della disistima, del senso di difficoltà ad affrontare la vita e le sue sfide, della depressione e della mancanza di senso dilagante.

Ma se smettiamo di dare la colpa all'esterno, di puntare il dito lontano da noi, e cominciamo a capire che la nostra vita è invece soltanto nelle nostre mani, abbiamo uno strumento potentissimo per cambiare le cose.
Non c'è nessuno là fuori che ce l'ha con noi, che si accanisce per bloccarci il cammino. Non c'è nessun mondo crudele e ingiusto.

Se all'inizio l'idea di avere tutto nelle proprie mani può dare le vertigini, poi cominciamo a capire che il senso di impotenza era un'illusione. E come ogni illusione, svanisce appena la si guarda con attenzione.

Non dare la colpa e comincia a lavorare su te stesso per essere fautore, e non vittima, della tua stessa vita!

martedì 28 gennaio 2014

Per rompere gli schemi

Un esercizio utile e divertente che viene dato nei corsi di risveglio - ma anche da alcuni psicologi - è fare ogni giorno qualcosa di nuovo. Qualcosa che non si è mai fatto. Meglio se è qualcosa che ci vergognano di fare.

Ad esempio, andare al supermercato con i bigodini in testa. Questa cosa fa orrore alla maggior parte delle donne.
Oppure - perché no - andarci sui rollerblades! Ci prenderanno per pazzi? Meglio. 
Non abbiamo nulla da perdere, se non il nostro senso di noi, la nostra idealizzazione su ciò che dovremmo o vorremmo essere, su ciò che è sconveniente

Avete mai provato ad andare in giro cantando ad alta voce?
Se avete paura del dolore, una ceretta brasiliana all'inguine fa al caso vostro. Perché fa un male cane, ma si sopravvive. Ottima prova di coraggio.

Invitare un uomo a cena fuori. Oppure portargli un mazzo di fiori. Chi ha detto che deve sempre essere l'uomo a fare il primo passo?

Agli uomini proporrei di andare in giro mano nella mano con un altro uomo. Ce la farete?

Foto dell'autrice
Ma se non ve la sentite di fare cose davvero insolite, potete fare qualunque cosa non abbiate mai fatto, fosse anche iscriversi a un corso di tango o di tennis. O cucinare una torta nonostante crediate di essere negati. Dire Ti voglio bene a qualcuno cui non avete mai osato dirlo.

Ci sono ancora molte donne che non sono capaci a far benzina al self service. Avanti, siete pregate di provarci. Alla fine riderete per esservi considerate incapaci di farlo. E se mentre ci provate qualcuno vi guarda strano non importa. Fregatevene. Vi considerano delle rimbambite? E' un loro giudizio. Non siete voi.

Potete decidere di fare una lista di 7 cose mai fatte e farne una la giorno, per una settimana, oppure decidere giorno per giorno, stupirvi da soli.
Vi divertirete un sacco.

Cosa si guadagna da questo esercizio?
Un sacco di autostima, perché si superano i propri limiti autoimposti, si guardano in faccia paure banali, si vince la timidezza e la paura del giudizio. Si abbattono gli schemi.
E si fa capire alla propria mente che se vogliamo, possiamo.
La mente saprà che d'ora in poi siamo noi a comandare, con la nostra volontà.
Che il Potere è nelle nostre mani.





lunedì 4 marzo 2013

Disciplinarsi

A quanto pare, quando rimandiamo una cosa da fare la nostra energia si disperde e perdiamo potere.
Foto dell'autrice
Alberto Chiara ci racconta che persone di successo hanno più energia perché sanno disciplinarsi, e disciplinandosi, non rimandano nulla.

Che ne abbiamo voglia o no, le cose vanno fatte quando le dobbiamo fare, questa è la chiave per la grandezza personale.
L'autodisciplina.

Rinunciare a un piacere immediato per fare qualcosa che ci avvicina al nostro obiettivo non è una forma di restrizione né una rinuncia.
In realtà, conferisce una grande forza interiore che ci permette di concentrare tutte le nostre energie su ciò che vogliamo ottenere nella vita e perseverare.
Questo ci dà la possibilità di ottenere qualsiasi cosa, ci apre tute le porte possibili.

Forza di volontà e autodisciplina sono le chiavi.

Una persona disciplinata non fatica a fare le cose, non prova fastidio di fronte a un compito né si annoia.
Lo fa perché è ciò che deve.

Portare a termine i compiti per raggiungere gli obiettivi uno dietro l'altro senza fatica, com'è comprensibile, aumenta la nostra autostima.
Questa autostima ci porta a dare il meglio di noi stessi anche quando non viene richiesto.

Inoltre, quando siamo disciplinati nei compiti che ci prefiggiamo e lo facciamo con tranquillità, scopriamo di avere molto più tempo a disposizione di prima. 
Foto dell'autrice
Prima, rimandando, non portando a termine i compiti, la nostra sensazione era di oppressione, ci sentivamo oberati da obblighi gravosi anche quando erano obiettivamente molto semplici. Perdendo potere, perdevamo tempo e ci illudevamo di non averne mai abbastanza. 
E perdendo energia, tutto, anche il nostro corpo, pareva confermarcelo.

Ma attenzione, nello sforzo dell'autocontrollo e della disciplina non ci devono essere rabbia repressa o paura. 
Questo porterebbe a snaturarsi, a soffrire.

Il segreto è amare ciò che si fa, amare i propri obiettivi, amare ogni giorno che viviamo come un giorno ricco di possibilità che ci vengono offerte per raggiungere i nostri scopi più alti.
E non dimenticare mai la gratitudine.


sabato 23 febbraio 2013

Darsi approvazione

E' indubbio, dentro ognuno di noi esiste un giudice severo e pignolo - insomma, un vero rompipalle - che ci dice in continuazione in cosa stiamo sbagliando, quanto siamo stupidi e insignificanti, quanto non valiamo... E noi? Lo ascoltiamo!

Autoritratto dell'autrice
Darsi approvazione, mettendo a tacere quella voce critica dentro di noi, fa la differenza. Tra una vita di autolimitazione, bassa stima di sé e frustrazione e la felicità, l'appagamento, l'autostima.

Come consiglia Louise L. Hay nel suo libro Puoi guarire la tua vita, guardatevi allo specchio, guardatevi bene, poi con lo sguardo dritto negli occhi ditevi "Io mi approvo". 
Ripetetelo allo sfinimento. Fate questo esercizio ogni giorno fino a che non sentirete più emergere voci di resistenza che vi suggeriscono che non ve la meritate, l'approvazione.

Ripetetevelo varie volte al giorno anche mentre fate o dite o pensate cose per cui sentite resistenza interiore, cose che vi fanno emergere quel giudice implacabile. Fate che diventi un mantra magico. 

Ma non cercate approvazione all'esterno, dagli altri.
Solo voi potete darvela, e solo quella che vi date da soli ha ragione di essere.

Provate a farvi una doccia e immaginare che l'acqua che vi scorre addosso sia pura approvazione. Lasciate che vi riempia, che vi appaghi, che lavi via tutte le critiche che ancora vi portate appresso. 
Datevi approvazione a secchiate!

mercoledì 20 febbraio 2013

Non prendersela mai sul personale

La realtà è sempre filtrata dalle nostre opinioni, dalla nostra visuale, dai nostri giudizi ed esperienze. Non è mai oggettiva.
Se qualcuno ti insulta, si arrabbia con te, ti critica, ti sfotte, ti tratta male... in realtà non ce l'ha affatto con te!

Autoritratto dell'autrice
Tu sei uno specchio momentaneo in cui la persona che hai di fronte si sta riflettendo.
Tutto ciò che esiste nel nostro campo di esperienza in qualche modo ci appartiene, nel bene e nel male.

Ciò che non ci piace - ma anche ciò che amiamo - in un altro è già parte di noi. Odiamo ciò che non accettiamo di noi stessi.

Prendersela sul personale significa agganciarsi a qualche sentimento negativo che abbiamo represso e esserne trascinati, con tutte le conseguenze emotive e non solo che ne derivano.

Dare retta alle opinioni negative e alle critiche è dare retta alla nostra parte oscura che non vuole lasciarci in pace, che gode a tormentarci e abbassa le nostre vibrazioni, distrugge la nostra autostima.

Foto dell'autrice
Essere coscienti del fatto che ciò che ci viene detto è solo un punto di vista personale e che se ci fa male è perché in qualche modo pensiamo sia vero, è il primo passo verso il distacco.

Se una ferita continua a dolere e a sanguinare significa che non è ancora guarita. E l'unico modo per guarire è conoscersi nel profondo e accettarsi.

Non non siamo le nostre né le altrui opinioni.
Siamo e basta.