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giovedì 3 novembre 2016

Quante volte ci siamo fermati?

Qualche sera fa sono stata alla notte nera del jazz a Moncalieri, cittadina storica ai piedi della collina torinese. Arrivando lì con amici che la conoscono bene abbiamo raggiunto il centro dall'alto, dal castello che domina il centro urbano. Scendendo nella piazza principale, quella del duomo e del comune, addobbata di luci blu e molto suggestiva, porticata, dominata da due chiese, un po' in discesa, con locali di tendenza accanto a botteghe vecchio stile e alcune facciate con segni di antiche finestre gotiche, mi sono resa conto che non ci ero mai stata.

Tutte le volte che ero stata a Moncalieri avevo solo esplorato superficialmente la parte vecchia che sale dalla porta della piazza del mercato, in basso, ma nemmeno sospettavo l'esistenza di un centro così bello. Ricordo che un giorno volevo comprare un gelato e qualcuno mi ha consigliato di salire nella piazza principale dove c'era una buona gelateria, ma cammina cammina, a un tratto ho visto che le case diventavano moderne e ho creduto che il centro antico fosse finito lì, tanto che alla fine il gelato l'ho preso altrove.
Strada aperta - Foto dell'autrice

Allora la riflessione nata da questo episodio è stata: quante volte ci siamo fermati appena prima di trovare ciò che stavamo cercando?
Forse per stanchezza, svogliatezza, forse per saccenza abbiamo pensato che le lezioni per noi fossero già lì, che non ci fosse altro.

Quante volte non abbiamo perseverato solo perché ci siamo chiusi nella nostra convinzione, invece di restare aperti e fiduciosi, e esplorare un po' più in là?

Quante volte ci siamo inconsapevolmente limitati?

giovedì 30 ottobre 2014

Non darsi tregua

C'è una tendenza in alcune persone a non lasciarsi stare, a martellarsi di continuo sui propri errori nel tentativo di perfezionarsi sempre più.
Anche se magari da fuori non si nota, con sé stessi hanno standard molto elevati e se sentono di aver fallito nel tentativo di dare il meglio di sé si tormentano, continuando a criticarsi, a spronarsi a fare meglio, sono come istitutrici svizzere del proprio Io.

Il punto è che non sanno perdonarsi, non sanno rilassarsi pensando Ok, oggi ho fatto questo errore, ho avuto questa debolezza, ma domani farò meglio. Poi lo fanno lo stesso, tentano comunque di fare meglio, ma nel frattempo vivono tormentati dai rimorsi, dall'avrei dovuto, non ho saputo fare, ecc.
Luna e aragosta - Foto dell'autrice

Questo essere implacabili con sé stessi ha due facce. Se da una parte è uno sprone a dare sempre il meglio, o a impegnarsi di più, dall'altra è un continuo tormento interiore che toglie serenità.

Essere incapaci di perdonarsi è il punto.
Non significa essere troppo condiscendenti al limite del lassismo, perdonarsi è lasciarsi stare all'ottava alta. 
A volte, chi fa un lavoro su di sé, avendo ormai acquisito nel profondo il concetto che tutto parte da noi stessi, esagera nel darsi colpe, invece di pensare di avere solo una responsabilità. Quest'ultima è neutra, mentre la colpa è un sentimento negativo.

In effetti, si parla spesso del Fuoco del guerriero che non demorde, che cade e si rialza sempre, ma un guerriero spirituale, oltre alla perseveranza e al coraggio, deve incarnare il perdono.
Senza perdono verso sé stesso continuerà ad essere tormentato dagli stessi demoni che cerca di affrontare. La mancanza di perdono è uno dei demoni più potenti cui far fronte.

Accettare quelle parti di sé che non piacciono, che si considerano
Foto dell'autrice
come debolezze o difetti è il primo passo verso il perdono, solo accettandosi totalmente si possono vedere la bellezza e la perfezione di ciò che si è, così come si è. Nella propria evoluzione costante, errore dopo errore, di caduta in caduta. 


Forse è proprio questo il motivo per cui a volte non si sa combattere. Si parte già battuti dai propri standard troppo elevati, dai dubbi, dall'autocritica implacabile e feroce. 
Non si sa combattere perché si è già sfiniti in partenza dal proprio Io giudicante.