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venerdì 21 dicembre 2012

Affrontare il mondo a mani vuote - una lezione aborigena

In questo giorno di Solstizio d'inverno, dopo tutte le polemiche, le paure e i dubbi che hanno regnato sovrani negli ultimi tempi, a causa della cosiddetta fine del mondo, mi sono fermata a riflettere su un aspetto che molti hanno tralasciato.

A parte il fatto che nelle profezie si parlava della fine di un mondo, ovvero un modo di agire e pensare, non del mondo fisico,
il mio pensiero è andato alla nostra civiltà ipertecnologica, completamente dipendente dall'energia elettrica e dai computer.
Se ci fosse un qualsiasi cataclisma, anche solo un'intensa eruzione solare, ecco che proprio noi così evoluti, scopriremmo di non saper nemmeno accendere un fuoco per scaldarci. 
Allora chi è davvero evoluto su questo pianeta?

Anni fa è uscito un libro molto bello, uno di quelli che ti lasciano un segno indelebile.
Si intitola ...E venne chiamata due cuori, di Marlo Morgan.
Medico americano, Marlo Morgan andò in Australia per un programma sanitario entrando in contatto con gli aborigeni, e grazie a un rito iniziatico che questi celebrarono per lei, la donna ebbe modo di sperimentare personalmente le straordinarie conoscenze e le doti di questa popolazione.
Foto dell'autrice


Il libro inizia con una poesia dell'autrice, sul nascere e morire a mani vuote e contemplare la pienezza della vita a mani vuote.
Perché è questo che fanno gli aborigeni: vivere senza nulla.
Affidarsi completamente ai doni della natura e all'istinto infallibile sviluppato proprio perché a così stretto contatto con i pericoli di un ambiente ostile come l'Outback australiano.

Marlo Morgan testimonia delle capacità telepatiche degli aborigeni, della straordinaria invenzione delle vie dei canti per orientarsi nel deserto sconfinato, inventando una sorta di radar ante litteram. 
Della capacità di comunicare con gli animali e, ad esempio, far uscire dei coccodrilli da una pozza d'acqua con un canto specifico per potersi bagnare a loro volta senza conseguenze, del talento innato dell'individuare l'acqua anche nei posti più aridi, riuscendo a percepirne l'odore.

I coloni australiani li hanno disprezzati per secoli, interpretando il loro rifiuto di costruire case e capanne come una forma di rozzezza estrema. Ma gli aborigeni hanno fatto una scelta culturale che ai bianchi pare assurda.
Se la Terra è la nostra Madre, dicono, allora dobbiamo esserne i custodi e sforzarci di conservarla esattamente come ci è stata data fin dagli albori dei tempi. Quindi, ecco che ogni traccia di bivacco e di permanenza in un luogo viene cancellata.
Se noi pensiamo al nostro egocentrismo occidentale, lasciare un segno sempre e comunque, del nostro passaggio, del nostro potere temporale e spirituale, prendere a piene mani dalla Terra senza dare in cambio per mantenere l'equilibrio, ecco che la cultura aborigena acquista un senso. Diventa preziosissima.
La salvezza. 

Non dico che dovremmo cominciare a vivere con nulla come loro, ma di sicuro rivedere le cose da un altro punto di vista.
Noi siamo solo i custodi della Terra, non i suoi padroni.
Sarebbe bello cominciare una nuova Era dell'umanità prendendo esempio da loro, a mani vuote.
Senza i pesi del passato, senza la schiavitù dalla tecnologia che ci illude di essere più al sicuro ma che in realtà ci rende fragili più che mai.
C'è stato un tempo in cui i talenti e la consapevolezza degli aborigeni erano anche i nostri. Ma li abbiamo perduti.
Forse era un percorso necessario - allontanarsi dal Tutto per scoprire che siamo una cosa sola e tornarvi alla fine.
Ma ora che siamo giunti a un punto di non ritorno a livello di equilibrio naturale ed ecologico, vorrei tanto che i bambini a scuola avessero un'ora al giorno di Cultura Aborigena.
Gli Aborigeni sono in nostri Maestri di Vita. 

lunedì 10 dicembre 2012

Afrodite, esempio di equilibrio per tutte noi

Tempo fa sono rimasta sedotta dal celeberrimo libro di Jean S. Bolen Le dee dentro la donna, in cui si analizzavano a livello psicologico le caratteristiche delle divinità femminili greche.
Nella situazione difficile che stavo affrontando nella mia vita di allora, sentii nascere in me il forte desiderio di prendere a modello 
archetipico la figura di Artemide, dea considerata invulnerabile, indipendente, che basta a se stessa. 
Avevo in effetti bisogno di prendermi cura di me, della mia parte interiore un po' trascurata e non volevo avere distrazioni. Uscivo da un matrimonio difficile ed era tempo per me di stare un po' da sola, di bastare a me stessa.

Tempo dopo, però, mi capitò di leggere su consiglio di un'amica un testo altrettanto noto di psicologia junghiana, anch'esso basato sugli archetipi delle divinità greche. 
Era L'anima delle donne, di Aldo Carotenuto (Bompiani).
In questo testo l'ostinazione delle dee invulnerabili Artemide e Atena per la castità e la netta separazione dal maschile vengono viste sotto una luce nuova, più critica. 
Foto dell'autrice
Carotenuto tiene molto a sottolineare quanto il vivere in modo sano e armonico la dimensione dei sentimenti e della relazione con l'altro sia indispensabile per il benessere psichico di ogni essere umano.

Artemide, in fondo, pecca della presunzione di poter vivere senza relazionarsi con la dimensione maschile, negandola a sé stessa, e quindi finendo per conoscere solo una parte del mondo, cioè quello femminile. Atena, dal canto suo, come può davvero essere considerata invulnerabile se indossa una corazza? Da cosa si vuole proteggere?
"Rifiutare l'incontro con l'altro sesso significa rifiutare la possibilità di essere coinvolti emotivamente", scrive l'autore.

Ecco entrare in gioco Afrodite, dea dell'Amore e della Bellezza. 
Lei si relaziona con il maschile di continuo, essendo seduttrice e pure madre, ma a differenza di Era moglie di Zeus che esiste in quanto moglie e nel proprio ruolo trova unica realizzazione, o di Persefone che necessita di qualcuno che si prenda cura di lei e che decida per lei, Afrodite si mette in gioco. 
Seducendo sì, ma senza perdersi, poiché la sicurezza di sé e l'autostima non le mancano. Sa stare anche da sola, ma dal sesso opposto è incuriosita, nella relazione trova un'opportunità di crescita.  
Afrodite rappresenta il desiderio di conoscenza, di contatto, di comunicazione. Quanto il desiderio viene assecondato,  genera nuova vita e nuove situazioni.
La seduttività di Afrodite non è causata dalla sua avvenenza fisica soltanto, ma soprattutto dalle sue doti psicologiche.
Una donna Afrodite "è estroversa, capace di suscitare in chiunque la incontri il desiderio di farsi trasportare in un mondo diverso, misterioso e affascinante."
"L'Immagine proposta da Afrodite (...) è quella di una donna non soltanto splendida ma, soprattutto, forte e tenace, completa, di una donna indipendente, che non ha alcun bisogno di un uomo per sentirsi viva."
Quindi se ne deduce che il piacere della relazione con l'altro può davvero essere vissuto come un godimento e una gioia, e non come una richiesta d'amore e di attenzione. D'altro canto, non c'è alcun bisogno di chiudersi all'altro solo per paura di essere ferite.
Quante di noi sanno essere come Afrodite?