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venerdì 18 novembre 2016

La prigione è nella mente

Il tema della follia è molto presente nella musica, specie nel rock. Da Paranoid dei Black Sabbath a Lithium dei Nirvana (in cui Kurt Cobain cantava: Sono felice perché oggi ho trovato i miei amici, sono nella mia testa), dagli incubi di Infinite dreams degli Iron Maiden a Welcome home (Sanitarium) dei Metallica in cui si affronta proprio il tema dello psico-penitenziario di cui parla Salvatore Brizzi, il disturbo mentale è di grande ispirazione per i musicisti. Amy Winehouse in Rehab cantava di non voler andare in comunità di recupero per via dell'alcolismo, la dipendenza dalla droga e la tendenza all'autolesionismo. I Rolling Stones affrontano il tema della depressione nella famosa Paint it black, così come Avril Lavigne nella canzone Nobody's home.

Gli artisti in generale sono sempre stati sensibili alla tematica della malattia mentale essendo un po' più sganciati dall'addormentamento collettivo umano. 
Sbarre - Foto dell'autrice
L'artista è colui che continua a vedere il mondo con occhi diversi, non si accontenta, ma quando non ha gli strumenti per uscire dalla gabbia  mentale ecco che in qualche modo il tema lo deve affrontare, fosse anche solo dal di dentro, narrando come ci si sente. Già il fatto in sé di poter narrare il proprio disagio esistenziale significa che un po' ce ne stiamo distaccando, o non potremmo descriverlo.

Il mondo, lo sappiamo, non è come lo vediamo, è la nostra idea del mondo a crearlo, e se pensiamo di non avere libertà perché così ci è stato insegnato a casa, a scuola, nella nostra cultura, vivremo da prigionieri dei nostri limiti interiori.
Anche quando siamo convinti di essere liberi di scegliere non è così, se non siamo sganciati dalle reazioni automatiche e dal giudizio. La prigione mentale è una condizione che accomuna tutti. Almeno all'inizio, finché qualcuno non decide di evadere davvero. E comincia a cercare le chiavi della gabbia o la lima per segare le sbarre dentro di sé.

Ma spesso anche chi lavora su di sé cade in una trappola molto insidiosa: crede di essere qualcuno che ha dei problemi. Allora, conoscendo la Legge di Attrazione e sapendo di essere il creatore della propria realtà, si interroga su quale parte di sé deve ancora guarire per poter superare quel problema che lo affligge.
Ma è ancora un'illusione duale. 
In realtà non c'è nessun problema. Nessuno di noi ha dei problemi. Né i cosiddetti problemi hanno noi! 
Semplicemente, la vita è la trama su sui le cose accadono. Ma non accadono A NOI. A ME. A TE.
Accadono e basta. Se siamo identificati con qualcuno o qualcosa ecco che il fatto in questione viene percepito come un problema da risolvere. C'è ancora un giudizio di fondo. C'è ancora qualcuno - la mente duale - che giudica sbagliato, da rimuovere il problema. 

Finché pensiamo di essere qualcuno che ha un problema il manicomio resta affollato. 



giovedì 30 giugno 2016

Zanzare e Presenza

Ormai, per chi lavora su di sé, è assodato che ogni occasione è buona per esercitare l'esercizio della Presenza e l'osservazione sulle reazioni del corpo e della personalità ai fastidi.

In queste notti d'estate capita di svegliarci nel cuore della notte con un prurito fortissimo, quasi insopportabile, in qualche parte del corpo appena predata da una zanzara famelica. La prima reazione meccanica è quella di grattarsi in modo selvaggio imprecando contro la piccola creatura, poi di guardarsi intorno con sguardo assassino impazienti di ucciderla per vendetta. 

Ma già svegliarci nel cuore della notte con un piede dolente, ad esempio, ci permette di ricordarci che abbiamo i piedi! Non è poi così scontato, ci scordiamo continuamente di avere un corpo, tranne quando ci fa male o ci prude una parte di esso.

Zanzare - Foto dell'autrice
L'esercizio di Presenza entra in gioco quando ci sforziamo di non grattarci, e cerchiamo invece di stare in quel fastidio, nel nervoso e nella eventuale paura di essere ancora predati. 
Cosa accade se stiamo lì ad osservare quanto il corpo è meccanico nei confronti del prurito? Accade che per quegli attimi non ci stiamo identificando con la macchina. Non siamo più vittime di un insetto fastidioso ma diventiamo l'Osservatore.

Questo permette di non perdere energia nella lamentela e nel vittimismo, ma soprattutto ci restituisce la dimensione della paura che abbiamo del disagio che ci provoca il prurito. Osservandola, svanisce. E così interrompiamo la nostra meccanicità, torniamo alla nostra Integrità.
E allora possiamo decidere di spegnere la luce senza passare il resto della notte a caccia della zanzara, anche a costo di dover ripetere l'esercizio ad ogni nuova puntura!


giovedì 29 ottobre 2015

Macchine biologiche in panne

Tempo fa ho dedicato una riflessione al corpo che pare ammalarsi proprio quando innalziamo la nostra energia e consapevolezza. In quel caso, avevo spiegato che la macchina biologica di cui siamo dotati a volte fatica a stare al passo con il balzo quantico di consapevolezza, e quindi se si ammala è perché ha solo bisogno di tempo per adattarsi al nuovo stato vibrazionale. 

Oggi invece sposto l'attenzione su un'altra sfumatura dello stesso problema: quando decidiamo di superare le nostre paure, i conflitti e ci lanciamo in qualcosa di nuovo, consapevoli della paura che ci fa ma determinati ad avanzare comunque, ecco che il corpo pare tradirci di colpo. Ci troviamo abbattuti a letto con influenza, febbre, dolori, e altri disturbi che ci lasciano prostrati e molto perplessi. 
A volte sopraggiungono problemi differenti nell'arco di poche settimane e danno l'impressione di essere entrati in una spirale discendente.

In questi casi non dobbiamo mai dimenticare che siamo incarnati in una macchina biologica che risponde a un inconscio che può essere insidioso proprio perché si cela nei nostri meandri più profondi e irraggiungibili. Il corpo ha una sua emotività che pare slegata dalla nostra consapevolezza. Il corpo è un animale selvatico mai completamente addomesticato. Non dobbiamo mai abbassare la guardia.

Paura e rabbia - Foto dell'autrice
Quando succede che stiamo male proprio quando dovremmo - a rigor di logica - stare bene, magari perché abbiamo iniziato un nuovo lavoro che ci entusiasma o una nuova relazione che ci coinvolge più delle precedenti, ecco che possiamo osservare il corpo arrancare nel panico più totale, che si manifesta con i sintomi influenzali. 
Una parte di esso teme questa novità perché ci stiamo addentrando in territori sconosciuti, che potrebbero espandere la nostra coscienza e il nostro cuore, e allora la macchina che fa? Si inceppa.
Ci mette al tappeto e dobbiamo affrontare giorni di sofferenza fisica.

Ma è proprio nella consapevolezza di essere sulla strada giusta, verso una piena realizzazione di sé, che si affronta il disagio fisico, dando scacco matto alla macchina che ci vorrebbe riportare indietro, alla consapevolezza un po' più flebile di prima.

Anche da queste cose si può distinguere il guerriero di luce dal comune umano lamentoso e spaventato. 


lunedì 13 luglio 2015

Il caldo: roba da terrestri!

Forse qualcuno avrà notato che quando si cammina nella calura, specie al pomeriggio, con un'alta percentuale di umidità nell'aria, ci si sente schiacciati verso il basso.
Caldo estivo - Foto dell'autrice
E' come se di colpo ci fosse più attrazione gravitazionale del solito, e ci pare di essere più bassi di venti centimetri, e più larghi.
Il caldo umido rende il respiro più difficoltoso, ci si stanca più facilmente, ogni gesto diventa più lento.

Questa è l'occasione giusta per sentirci un po' più terreni, soggetti alle leggi della fisica insite nella materia. 
Col caldo si è un po' più nervosi, intolleranti, lamentosi.
La dualità colpisce più dura d'estate!

Si sente il proprio corpo sudare, faticare, respirare, sbuffare, a volte pure collassare, e altre volte stiamo così male che sentiamo la vita quasi abbandonare il corpo. E un po' ci spaventiamo.
Ecco la spia per capire quanto siamo attaccati alla vita, anche se ce ne lamentiamo...

Invece di restare nella superficialità della lamentela verso il clima torrido, possiamo prendere questi momenti per ancorarci di più alla materia, vivendo in un corpo che di colpo è più pesante, accettando il senso di disagio.
E' lo stesso disagio che l'anima sente per tutta la durata dell'incarnazione.

mercoledì 24 giugno 2015

Scritto sulla pelle

Quando le nostre ferite interiori bussano alla porta per riemergere dall'oblio, invece di ricacciarle indietro possiamo dare loro la possibilità di esprimersi. Se emerge un disagio, qualcosa ci sta dicendo che abbiamo taciuto troppo a lungo ignorando le spie rosse. Le abbiamo coperte con un panno invece di permettere loro di urlare e sfogarsi.

Tutte le ferite interiori non rimarginate sono come ferite sulla pelle in suppurazione. Finché non togliamo il pus, i vermi e le medichiamo, ignorarle porta alla morte.
Ma ogni ferita lascia una cicatrice a ricordarci che da quella lotta, da quell'aggressione siamo usciti vittoriosi, siamo sopravvissuti diventando più forti e consapevoli, e quella belva o nemico affrontati non fanno più paura.

Clan delle cicatrici - Foto dell'autrice
Come spiega Clarissa Pinkola Estés nel suo bellissimo libro Donne che corrono coi lupi (ed. Frassinelli), dovremmo andare fieri delle nostre cicatrici e contare i nostri anni non anagraficamente ma in base al numero di cicatrici che portiamo.
Sentirsi parte del clan delle cicatrici, come lo chiama lei, è riconoscere la nostra parte guerriera che non si piega al vittimismo, ha sorpassato la fase in cui dava la colpa alle ferite del suo dolore. Ha fatto pace con la propria storia perché l'ha resa ciò che è oggi.

Un atti psicomagico che propongo è scriversi sulla pelle con una penna tutto ciò che vorremmo dire alla nostra parte ferita. Se non vogliamo o non riusciamo a dirlo a parole possiamo disegnarlo. Lasciamo fluire fuori ciò che non siamo mai riusciti ad esprimere prima, e se ci viene da piangere lasciamo scorrere le lacrime come fossero inchiostro. Poi lasciamo quelle parole svanire naturalmente, senza sfregarle via con una spugna. Lasciamo che scendano in profondità a cicatrizzare ciò che ancora sanguina dentro di noi.

mercoledì 17 giugno 2015

Non scendere a compromessi con sé stessi

Le nostre relazioni a volte hanno fondamenta poco solide, come palazzi costruiti sulla sabbia, perché per vari motivi non c'è chiarezza dall'inizio. Pare che agli esseri umani l'essere chiari dall'inizio di un qualsiasi rapporto, anche di amicizia o di lavoro, sia terribilmente difficile. Forse c'è la paura di rendersi ridicoli, ma la mancanza di chiarezza va a minare pian piano la fiducia reciproca, o comunque porta sempre più ombre dove invece potrebbe esserci sempre il sole. 


Notte - Foto dell'autrice
Quando si avverte il disagio profondo verso una situazione non limpida - almeno ai nostri occhi - spesso è lo stesso nostro corpo che ci avverte del sentimento represso. Ci sentiamo nervosi e di cattivo umore, o ci irrigidiamo e ci viene mal di schiena o al collo, o abbiamo bruciori di stomaco, e così via, a seconda di come il nostro inconscio elabora la situazione.  

Chi è sulla Via del Risveglio sa che la cosa cui non potrà mai rinunciare è l'essere fedele a sé stesso, al proprio sentire.
Arriva un momento, lungo il tortuoso cammino, in cui non si è più disposti a scendere a compromessi, che siano per buonismo, per paura di ferire l'altro o per altre ragioni emotive/sentimentali.
Fingere che vada tutto bene non è roba da guerrieri. L'intuito in essi è molto sviluppato e l'ombra della non chiarezza diventa un peso inutile che non si vuole più portare.

Non esiste paura di far arrabbiare l'altro né di restare senza l'amico/compagno che possa essere peggio dello scendere a compromessi pur di avere qualcuno vicino che ci vuole bene. 

Se l'altro reagisce male, è perché qualcosa di vero risuona in lui, abbiamo toccato un nervo scoperto e in realtà lo stiamo aiutando a vedere qual è il vero succo della questione, il problema da risolvere. La reazione, lo sappiamo, è una molla emotiva che tradisce un qualcosa di irrisolto, o anche una maschera, e chi si
Ombra sull'erba - Foto dell'autrice
arrabbia sta inconsciamente protestando per essere stato smascherato.

Non esiste davvero offesa per chi non è schiavo del proprio orgoglio. E l'orgoglio è una delle tante maschere dell'Ego ferito, che strepita gonfiando il petto, alzando il mento, perché non sa vedere che quello che sta accadendo è una liberazione.
Uno dei due ha avuto la capacità di diradare le nubi dense di non chiarezza che facevano ombra, e portavano freddo.

Non scendere a compromessi con sé stessi - perché l'altro è solo uno specchio - è un atto di coraggio e centratura. Stai agendo con il cuore, che ti sta dicendo che quella situazione è un vicolo cieco e tu sei fatto per i pascoli sconfinati.

venerdì 27 febbraio 2015

Scendere nell'ombra

Quando tutto pare andare storto, quando il dolore emerge, il disagio si fa sentire, quando si è in un forte dubbio, ci si sente a una svolta e non si sa quale strada scegliere, è tempo di scendere nell'ombra.

Ombra - Autoritratto dell'autrice
Come Persefone che scende nell'Oltretomba, dobbiamo esplorare quei luoghi sconosciuti dentro di noi, con coraggio, facendoci amicizia. Persefone sposa Ade, dio degli Inferi, e questo le permette di diventare la Regina di quei luoghi, li domina. Dobbiamo avere il coraggio di avvicinarci e prendere confidenza con ciò che in noi è ancora inconscio ma crea dolore. E' proprio quel dolore la spia. E' da lì che si può partire verso una coraggiosa esplorazione dei nostri Inferi. 

Scendere nell'ombra è ascoltarsi, ascoltare il disagio profondo che viene a galla. Solo restando per un po' nelle tenebre, lasciandoci invadere da esse per il tempo necessario a comprenderle, possiamo divenire Re e Regine del nostro Regno infero interiore.

Hermes, messaggero degli Dèi, che giunge a riportare Persefone alla luce è simbolo della Consapevolezza. Egli si fa messaggero di ciò che lei deve imparare. 
Infatti, una volta tornata sulla terra, alla luce del sole, da sua madre Demetra, Persefone dovrà passare comunque una parte del suo tempo nell'Ade. Cioè, ogni tanto bisogna scendere nell'ombra per esplorare ciò che resta celato, è qualcosa che non va mai trascurato.

lunedì 22 dicembre 2014

Fidarsi del proprio sentire

Siete così abituati ad albergare nella mente, giudicando in base a giudizi mentali e schemi, che avete dimenticato che l'ultima cosa che conta quando avete davanti una scelta da fare è usare il mentale.  
Il mentale è molto bravo a fare elenchi con la spunta:
questa cosa o questa persona mi piace perché ---
Ma la mente non vi dice cosa piace davvero a voi, cosa risuona con il vostro essere più profondo ed autentico. La mente vi dice cosa piace a lei.


La Luna - Foto dell'autrice
Se restate nel sentire, mentre siete davanti ad una persona o in una situazione, capirete se la risposta è SI' o NO.
A volte capita il contrario di quanto normalmente viene detto, cioè che la mente dice SI' perché si innamora di un'idea, ma il corpo (non quello emotivo ma quello in contatto con l'anima) dice NO.

In questo specifico caso non è più la paura ad essere l'avversario da affrontare, ma l'idea illusoria e magari romantica di qualcosa che vorreste ma che però, per qualche ragione sconosciuta, non è del tutto in sintonia con il vostro vibrare.

Chi è abituato a stare nel proprio sentire riesce a percepire l'energia e il sole interiore di una persona. A volte, nonostante tutte le buone premesse - tutte mentali - si può sentire che l'energia emanata da una persona (in cui vibra anche il corpo emotivo e mentale) non  convince. Questo non significa necessariamente che sia negativa o  pesante. 
Qualcosa a livello vibratorio non coincide. 
Se però siete sedotti dall'idea di come la cosa dovrebbe andare a finire, dicendo SI' anche se il sentire dice NO, vi state andando a complicare la vita. Vi troverete nei guai, creando sofferenza a voi stessi e a chi è coinvolto.


Foto dell'autrice
A volte vi trovate a sentirvi spiazzati, perché riconoscete che il sentire è in conflitto con il desiderio. Spesso, di colpo vi sentite investiti di dubbi che vi pesano addosso come macigni.
L'unica cosa saggia da fare è sedersi appena possibile in un luogo appartato o in un posto che sentite vostro, e stare dentro il dubbio. Se vi provoca anche un senso di disagio fisico respirate dentro quel disagio, restando nel Qui e Ora senza pensare al problema in sé.

Prendetevi tutto il tempo che vi serve. Ancora e ancora. Non date retta alle aspettative altrui né alla fretta. Lasciate che il sentire vero, autentico, emerga per dire se è SI' o NO.

Fidatevi di voi stessi. Del vostro sentire profondo.

giovedì 26 giugno 2014

Il Fuoco guerriero

Mi è capitato di recente di trovarmi a spiegare il perché una persona dovrebbe metterci così tanto impegno nel lavoro su di sé. Perché passare mesi o anni ad osservarsi, a fare esercizi di presenza, e così via?

La risposta non è soltanto nella volontà di uscire dai propri problemi, dal dolore, dalla sofferenza psichica. Fondamentalmente, ciò che fa davvero la differenza, quello che ti dà la spinta e la grinta maggiore nel lavoro su di te, è il Fuoco guerriero.


Ritratto dell'autrice (autore anonimo)
Se davvero ti vuoi bene, come puoi permettere al disagio che arriva solo da costruzioni mentali, da limiti autoimposti, dalla non conoscenza di sé profonda e dalla paura di guardarsi davvero dentro di gestire la tua vita? 
Preferisci vivere da burattino schiavo degli schemi mentali, lasciandoti vivere, scappando di continuo da te stesso - cosa che non fa che peggiorare il disagio?

Io no. Quando mi sono detta IO NO ho riattivato quella spinta interna a combattere i miei demoni. A guardare in faccia le mie paure fino a vederle svanire come un fuoco di paglia.
Ho avuto tanta paura nella mia vita e tanto senso di disagio profondo, di insoddisfazione, di scollamento.
Ma le mie paure non erano nulla, alla fine, rispetto alla volontà di cavalcare il drago, cioè la mia vita, prendendo le redini della situazione.

Se hai un minimo di amor proprio dentro di te come puoi permettere ai tuoi demoni di manipolare la tua vita? Come puoi continuare a dare la colpa delle tue disgrazie al mondo, alla tua famiglia, alla scuola, alla società, alla politica?
Se pensi sia colpa loro, stai dando loro il potere di schiacciarti come un insetto.

Non esiste paura che non si possa guardare in faccia. Non esiste luogo buio dentro di noi che non si possa illuminare.


Foto dell'autrice
E chi non l'ha provato non sa quale soddisfazione, senso di unità e di allineamento con il proprio Sé superiore, con la propria missione, si prova quando si comprende che i nostri demoni li abbiamo domati. 
Senti finalmente di avere un grande Potere. Lo senti vibrare in ogni cellula del tuo corpo. Lo senti anche nel tuo portamento mentre cammini. 

E' in quel momento che comprendi davvero cosa significhi essere un guerriero spirituale.

mercoledì 25 giugno 2014

Affrontare il disagio

A tutti capita o è capitato di vivere delle situazioni di profondo disagio. Ci sono dei momenti in cui si avverte un turbamento, una forma di resistenza a qualcosa che non ci piace o non ci soddisfa, oppure avvertiamo un dubbio amletico emergere allo scoperto e non sappiamo quale strada prendere.

Se avvertiamo un nodo allo stomaco, una certa voglia di ritrarci, questi sintomi non sono necessariamente indice di paura e voglia di fuggire davanti a delle responsabilità. Al contrario, a volte è il nostro istinto profondo, una sorta di vecchia strega saggia che alberga dentro di noi, a sussurrarci all'orecchio dell'anima che necessitiamo di prenderci del tempo per riflettere.

Autoritratto dell'autrice
O meglio, più che riflettere, che è un'azione mentale, dovremmo stare. Stare lì, diventare un tutt'uno con il nostro Osservatore Silenzioso e vedere cosa sta accadendo in noi. Come fosse un film, una fiaba narrata, stare a vedere come si dipana la storia, senza avere la pretesa di intervenire attivamente. Almeno finché le idee non si sono schiarite e avvertiamo finalmente che è il momento di agire, in base a ciò che abbiamo osservato e sentito.

Ritrarsi non è sempre indice di codardia, ma di prudenza. Ritrarsi è avere il coraggio di guardarsi dentro - poiché riconosciamo che tutto viene dall'interno di noi - e di andare in profondità.
E' affacciarsi al pozzo oscuro, sporgersi dal ciglio dell'abisso.
In silenzio.

So che è difficile ritrarsi per stare con sé stessi quando avvertiamo la non comprensione dei famigliari, degli amici e colleghi. La tentazione di dare spiegazioni è grande, e ancora più grande è l'impulso a dire una bugia comoda, che in apparenza non nuoccia a nessuno.
Invece, credo che l'unica cosa possibile e senza controindicazioni  sia dire apertamente che abbiamo bisogno di riflettere su cose personali, e che ci serve tempo per comprendere. Punto. Perché è la verità e non c'è bisogno di scendere nei dettagli.
Autoritratto dell'autrice

La cosa più difficile, però, è un'altra: non metterci di mezzo la razionalità cercando di trovare scuse per come ci sentiamo o darci spiegazioni mentali. Stare e osservare è farlo senza la mente razionale e senza giudizi.

L'atto magico, ciò che dipana le tenebre, è sempre e solo l'osservazione del disagio, non andare all'origine dello stesso, come ben spiega il grande Maestro Eckhart Tolle.
Più ci attacchiamo a quel disagio piangendoci addosso o lamentandoci, più ne rimaniamo invischiati.






lunedì 16 dicembre 2013

A proprio agio con noi stessi

Oggi vorrei proporre una breve riflessione che nasce da alcune parole di Eckhart Tolle. 

Nel libro Il Potere di Adesso (Armenia ed.) accenna al fatto che il rumore di fondo della nostra mente e dei nostri pensieri non ci permettano praticamente mai di sentirci a proprio agio con noi stessi.
Questa semplice definizione, a proprio agio con noi stessi, ci dà la misura del fatto che, in effetti, tutte le nostre elaborazioni mentali, i filtri, le memorie, i giudizi, ci impediscono di sentirci a nostro agio non solo con le situazioni esterne. Ma più in profondità dentro di noi.

A pensarci bene, è drammatico!


Autoritratto dell'autrice
In un altro punto del libro, Tolle scrive che spesso ci illudiamo che la soluzione ai nostri problemi di disagio sia imparare ad avere un buon rapporto con noi stessi.
Ma avete davvero bisogno di avere un rapporto con voi stessi? Perché non potete semplicemente essere voi stessi?, scrive.

E qui entra in gioco l'illusione della dualità. Avere un rapporto con noi stessi equivale ad ammettere che ci sentiamo spaccati in due: Io e Me Stesso.
Nello stato di illuminazione, continua l'autore, voi siete voi stessi: voi e voi stessi siete fusi in uno.
Non vi è più un "sé " che dovete proteggere, difendere o alimentare.

giovedì 24 ottobre 2013

Affrontare le situazioni minacciose

Ogni volta che ci sentiamo minacciati da qualcosa o da qualcuno, ogni volta che la vita si presenta con qualcosa che ci fa paura, quello è un buon momento per capire a che livello di consapevolezza siamo.


Foto dell'autrice
Se reagiamo d'istinto difendendo la nostra posizione o cediamo alla paura, allora significa che non siamo ancora svegli, che stiamo ancora dormendo il nostro sonno di identificazione con qualche forma, con l'illusione della nostra identità.

Cosa si intende per situazioni minacciose? Tutte quelle in cui il nostro ego rischia di venire ferito o messo da parte.
Non necessariamente quando un'auto sta per investirci. In realtà, è più facile essere presenti in situazioni limite.
Minaccia è la paura della perdita di qualcosa o di qualcuno. Soldi, fidanzato, amicizie, stima, bellezza, il lavoro, il gatto.
Minaccia è una critica nei nostri confronti. 
Minaccia può essere una giornata in cui le cose non vanno come vorremmo, magari piove a dirotto e ci si rompe l'ombrello, o scopriamo di avere il conto quasi in rosso e ci arriva una bolletta della luce più alta del previsto. Cose così...

Consapevolezza è sapere immediatamente riconoscere una forma quando si presenta a noi sotto forma di qualcosa di minaccioso, e non cedere all'istinto di reagire, che ci trascinerebbe nell'inconsapevolezza ancora più torbida.

In effetti, non si può giudicare il nostro livello di risveglio da quanto riusciamo a stare seduti in meditazione, come scrive ironicamente Eckhart Tolle.

Prendiamo la vita come una grande occasione di crescita imparando a stare in pace con noi stessi. A sentirci a nostro agio con noi stessi.
Prima in situazioni ordinarie, di modo da creare un fondo di tranquillità mentale e pace interiore abbastanza forte.
Foto dell'autrice


Col tempo, saremo in grado di sentire il disagio nelle situazioni minacciose, e riconoscerlo come indicatore. E di non farci travolgere. Semplicemente, osservando.

Perché in realtà, niente e nessuno al mondo può minacciare un Essere illimitato ed eterno, che è ciò che siamo davvero. Potranno minacciare la nostra forma, ma mai l'essenza.



giovedì 2 maggio 2013

Scappare non serve

Il desiderio di scappare dai problemi, lasciandoceli alle spalle, è insito nella natura umana. 
Il cervello rettile ci dice di fuggire quando proviamo paura o fastidio.
Ma questo meccanismo di difesa funziona negli animali, nell'uomo  crea solo problemi.

Ci illudiamo che ciò che ci pesa possa essere lasciato lì come un pacco, abbandonandolo a se stesso.

Dreaming city - Foto dell'autrice
In realtà, tutto ciò che ci crea paura e disagio è, come del resto ogni altra cosa, un nostro prodotto. Nasce da dentro di noi.
Quindi, pensare di tralasciarlo spostandosi da un posto a un altro, o cambiando amicizie, o partner, in realtà non funziona.

Perché ciò che crea il problema è in noi. E da noi non si può scappare.
Finché non troveremo in noi la radice del problema, facendo pace con esso, i nostri problemi ci seguiranno.
Prima lo capiremo, prima saremo davvero liberi dai nostri stessi limiti.