lunedì 30 giugno 2014

Restare centrati sul proprio Potere

Sarà capitato a tutti di trovarsi con una persona che "ci fa perdere la pazienza", e anche se sappiamo ormai benissimo che gli altri non sono mai fuori di noi, non riusciamo a restare centrati sul nostro Potere personale.
Pochi minuti con quella persona o in quella situazione ed ecco che veniamo proiettati fuori di noi, incapaci di restare focalizzati sul nostro Centro di Gravità Permanente, come cantava Battiato tanti anni fa.

Foto di Isara Graziano
Come fare? Posto che ci vogliono anni e anni di pratica per identificarsi finalmente in modo definitivo con la propria anima, da alcuni giorni sto sperimentando una tecnica. E pare funzioni.

Appena svegli, o il prima possibile al mattino, cercare di stare in contatto con il proprio Sé superiore in silenzio. Seduti, in un posto appartato, fosse anche sull'asse del wc, stare lì ad ascoltarsi, a riconnettersi con la propria anima.
Sentire che essa è dentro il corpo ma non è il corpo, percepire che è immortale, infinita e quindi INVINCIBILE.
Restare il più possibile in quella sensazione di grande forza interiore, di allineamento, sicurezza, fiducia, silenzio della mente.
Sorridere al proprio Sole invincibile interiore.
Quella è la nostra fonte di vita.
Inamovibile.
E ricontattabile ad ogni momento opportuno.

Autoritratto dell'autrice
E' questa la chiave.
Una volta sentito che abbiamo questo centro di forza permanente e invincibile dentro di noi, l'unica cosa da fare nei momenti in cui stiamo per uscire da noi stessi e reagire, è osservare che sta arrivando la reazione e ricordare che quella situazione o quella persona ci sta mostrando che ci sentiamo impotenti.

Ma quel sentirsi impotenti è proprio la chiave per comprendere che non è vero che lo siamo, è solo una percezione errata della realtà.

Tornare al centro, ogni volta, come un mantra. 
E vedrete i risultati in un battibaleno. 

venerdì 27 giugno 2014

La voce della nostra coscienza sono gli altri

Conoscendo ormai le regole della famigerata Legge dello Specchio, sappiamo che tutto ciò che vediamo accadere al di fuori di noi arriva da una nostra creazione interna inconsapevole.

In questa riflessione di oggi, vorrei concentrarmi in particolare su quei dialoghi con persone che ci dicono qualcosa di utile.
In realtà ogni cosa che ci viene detta, per quanto possa apparirci ingiusta e gratuita, è sempre utile per vedere con distacco le nostre convinzioni inconsce, ma a volte accade che sfogandoci con persone amiche ci venga detto qualcosa di rivoluzionario.

Foto dell'autrice
Prima di tutto, un vero amico non è colui che ci batte sulla spalla mentre piangiamo dicendoci che abbiamo ragione a disperarci, perché la vita è brutta e cattiva e noi siamo le vittime.
Al contrario, il vero amico è colui che ci dà una bella strapazzata, e ci dice - amorevolmente o no - quello che non vogliamo sentirci dire.

Ogni volta che ci viene detto qualcosa che scardina le nostre convinzioni schematiche su noi stessi, sulla nostra vita, sulle nostre relazioni e relativi problemi, ogni volta che ci viene detta una verità di fondo su noi stessi come creatori - e quindi unici possibili risolutori - dei nostri problemi, quella è la voce della nostra coscienza che ci parla.

Si sa, il Divino opera in modi misteriosi, e crea fuori ciò che già sappiamo dentro, perché il nostro vero Sé superiore è onnisciente. 
Ma, incapaci di ascoltare quella saggezza in noi stessi, la Vita ce la crea fuori tramite quell'amico/a che ci dice la cosa giusta al momento giusto.

In questo senso, la voce della nostra coscienza sono gli altri. 

Ma sta a noi accettare quanto ci viene detto, anche se è una verità scomoda e dolorosa.
Dovremmo avere, in quei momenti, l'umiltà di inchinarci con gratitudine davanti a quella voce che parla tramite il cuore dell'amico/a.

giovedì 26 giugno 2014

Il Fuoco guerriero

Mi è capitato di recente di trovarmi a spiegare il perché una persona dovrebbe metterci così tanto impegno nel lavoro su di sé. Perché passare mesi o anni ad osservarsi, a fare esercizi di presenza, e così via?

La risposta non è soltanto nella volontà di uscire dai propri problemi, dal dolore, dalla sofferenza psichica. Fondamentalmente, ciò che fa davvero la differenza, quello che ti dà la spinta e la grinta maggiore nel lavoro su di te, è il Fuoco guerriero.


Ritratto dell'autrice (autore anonimo)
Se davvero ti vuoi bene, come puoi permettere al disagio che arriva solo da costruzioni mentali, da limiti autoimposti, dalla non conoscenza di sé profonda e dalla paura di guardarsi davvero dentro di gestire la tua vita? 
Preferisci vivere da burattino schiavo degli schemi mentali, lasciandoti vivere, scappando di continuo da te stesso - cosa che non fa che peggiorare il disagio?

Io no. Quando mi sono detta IO NO ho riattivato quella spinta interna a combattere i miei demoni. A guardare in faccia le mie paure fino a vederle svanire come un fuoco di paglia.
Ho avuto tanta paura nella mia vita e tanto senso di disagio profondo, di insoddisfazione, di scollamento.
Ma le mie paure non erano nulla, alla fine, rispetto alla volontà di cavalcare il drago, cioè la mia vita, prendendo le redini della situazione.

Se hai un minimo di amor proprio dentro di te come puoi permettere ai tuoi demoni di manipolare la tua vita? Come puoi continuare a dare la colpa delle tue disgrazie al mondo, alla tua famiglia, alla scuola, alla società, alla politica?
Se pensi sia colpa loro, stai dando loro il potere di schiacciarti come un insetto.

Non esiste paura che non si possa guardare in faccia. Non esiste luogo buio dentro di noi che non si possa illuminare.


Foto dell'autrice
E chi non l'ha provato non sa quale soddisfazione, senso di unità e di allineamento con il proprio Sé superiore, con la propria missione, si prova quando si comprende che i nostri demoni li abbiamo domati. 
Senti finalmente di avere un grande Potere. Lo senti vibrare in ogni cellula del tuo corpo. Lo senti anche nel tuo portamento mentre cammini. 

E' in quel momento che comprendi davvero cosa significhi essere un guerriero spirituale.

mercoledì 25 giugno 2014

Affrontare il disagio

A tutti capita o è capitato di vivere delle situazioni di profondo disagio. Ci sono dei momenti in cui si avverte un turbamento, una forma di resistenza a qualcosa che non ci piace o non ci soddisfa, oppure avvertiamo un dubbio amletico emergere allo scoperto e non sappiamo quale strada prendere.

Se avvertiamo un nodo allo stomaco, una certa voglia di ritrarci, questi sintomi non sono necessariamente indice di paura e voglia di fuggire davanti a delle responsabilità. Al contrario, a volte è il nostro istinto profondo, una sorta di vecchia strega saggia che alberga dentro di noi, a sussurrarci all'orecchio dell'anima che necessitiamo di prenderci del tempo per riflettere.

Autoritratto dell'autrice
O meglio, più che riflettere, che è un'azione mentale, dovremmo stare. Stare lì, diventare un tutt'uno con il nostro Osservatore Silenzioso e vedere cosa sta accadendo in noi. Come fosse un film, una fiaba narrata, stare a vedere come si dipana la storia, senza avere la pretesa di intervenire attivamente. Almeno finché le idee non si sono schiarite e avvertiamo finalmente che è il momento di agire, in base a ciò che abbiamo osservato e sentito.

Ritrarsi non è sempre indice di codardia, ma di prudenza. Ritrarsi è avere il coraggio di guardarsi dentro - poiché riconosciamo che tutto viene dall'interno di noi - e di andare in profondità.
E' affacciarsi al pozzo oscuro, sporgersi dal ciglio dell'abisso.
In silenzio.

So che è difficile ritrarsi per stare con sé stessi quando avvertiamo la non comprensione dei famigliari, degli amici e colleghi. La tentazione di dare spiegazioni è grande, e ancora più grande è l'impulso a dire una bugia comoda, che in apparenza non nuoccia a nessuno.
Invece, credo che l'unica cosa possibile e senza controindicazioni  sia dire apertamente che abbiamo bisogno di riflettere su cose personali, e che ci serve tempo per comprendere. Punto. Perché è la verità e non c'è bisogno di scendere nei dettagli.
Autoritratto dell'autrice

La cosa più difficile, però, è un'altra: non metterci di mezzo la razionalità cercando di trovare scuse per come ci sentiamo o darci spiegazioni mentali. Stare e osservare è farlo senza la mente razionale e senza giudizi.

L'atto magico, ciò che dipana le tenebre, è sempre e solo l'osservazione del disagio, non andare all'origine dello stesso, come ben spiega il grande Maestro Eckhart Tolle.
Più ci attacchiamo a quel disagio piangendoci addosso o lamentandoci, più ne rimaniamo invischiati.






lunedì 23 giugno 2014

Il deserto

Quando senti aridità intorno a te, quell'aridità è tua, come ogni cosa. Dall'interno si rispecchia all'esterno.

Se la vita sociale o sentimentale ti pare un deserto, quel deserto è dentro di te. Di lì non si cappa.
La cosa più allarmante è quando quel deserto lo senti anche se sei in coppia o in compagnia.
Quella è la misura definitiva per comprendere una volta per tutte che non è mai all'esterno, il problema.
Vedi ciò che risuona in te.

Foto dell'autrice
Ci sono moltissime ragioni per cui ci creiamo il deserto, o lo sentiamo dentro.
Ma non si può passare la vita ad indagare in maniera razionale il perché delle cose che sentiamo. Potrebbe volerci anche più di una vita intera, e non è detto che funzioni!

L'unica cosa da fare è osservare e osservare e osservare ancora e ancora.
Non trovare via di fuga fittizie e illusorie.
Non stare a lamentarsi del proprio deserto né di ciò che attiriamo.
Non concentrarsi su ciò che non funziona.
Ma stare. Appoggiare l'attenzione, l'osservazione calma e non giudicante su quelle emozioni/reazioni che ci portano a sentire quel deserto che grida dentro di noi e fa male.

Di solito, la sensazione del deserto è mancanza d'amore. Semplice.
Ma pare difficilissimo trovare l'amore dove pensiamo non ci sia. 
Eppure, se immaginiamo un deserto sappiamo benissimo che esiste vita anche lì. 
Ci sono animali e piante insospettabili che si sono adattati alle condizioni estreme.
C'è vita anche nell'arido deserto, questa è la buona notizia!

Quindi, quando si è osservato abbastanza da prendere atto una volta per tutte che non esiste sensazione di deserto che non sia nostra, ecco che a quel deserto possiamo dare amore.

Foto dell'autrice
Possiamo portare acqua e nutrimento. E possiamo farlo soltanto noi stessi, questo deve essere ben chiaro.
Il come è soggettivo, ma quando ci si conosce abbastanza bene si sa anche che cosa ci nutre e cosa no.
Comunque, nel caso di un dubbio atroce e divorante, nel caso ci sentissimo brancolare nel buio e proprio non sapessimo come portare acqua al nostro deserto, la magia più efficace è la preghiera.

Non importa di che tipo, se una preghiera cristiana, o un mantra buddista, induista o l'Ho'oponopono. 
Può essere un semplice Ti Amo.
L'unico nutrimento alchemico che trasmuta le emozioni inferiori in superiori è l'Amore.

Amando quel deserto, lo facciamo rifiorire.
L'Amore lo trasforma in oasi benedetta.

venerdì 20 giugno 2014

Sulla timidezza

Si sa che chi si definisce timido teme di essere giudicato, deriso, criticato, additato.

Secondo la Legge dello Specchio, tutto ciò che viene dall'esterno risuona in qualche modo con noi, e le nostre paure parlano sempre di noi, di come siamo veramente.
Foto dell'autrice 

Se temo di venir criticato, sono uno che critica gli altri.
Se temo il giudizio, sono uno che giudica.
Se temo la derisione, chissà quante volte ho io stesso deriso qualcuno.

La critica non è né giusta né sbagliata, ma se la temiamo è perché siamo i primi a giudicarci male quando critichiamo qualcuno o qualcosa.
Il problema sta nel non esserne consapevoli.

Dove c'è una timidezza, c'è una personalità giudicante.

mercoledì 18 giugno 2014

Non ci è dato sapere

Un errore in cui incappiamo spesso, e mi ci metto in prima persona, è quello di avere la presunzione di capire da subito il perché di un evento.

Incappiamo nell'ansia di razionalizzare dando subito un'interpretazione - spesso frettolosa e quindi miope - di qualcosa che ci sta accadendo, in cui siamo coinvolti.

Il non giudizio dovrebbe valere anche per le interpretazioni razionali dei fatti. 
Foto dell'autrice
Quando siamo coinvolti in un evento, incappiamo in un incontro, o abbiamo un incidente, dovremmo sforzarci di restare concentrati sulle emozioni, sulle reazioni dei nostri tre corpi, ma non pretendere di capire in quale quadro si inserisce il fatto. 

Come possiamo noi, totalmente immersi nel flusso della vita, capire davvero dal di dentro il perché sta accadendo un fatto?

Soltanto a distanza di tempo, quando ne siamo meno coinvolti o sono accadute altre cose, altre persone sono entrate o uscite dalla nostra vita, solo allora possiamo vedere il progetto.
E allora scopriamo con stupore che anche gli eventi apparentemente nefasti e problematici, le persone che ci hanno tirato fuori conflitti e sofferenze, erano il meglio che potesse accaderci. 
Faceva tutto parte del Piano Divino.