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venerdì 26 febbraio 2016

Sul non essere inquadrabili

Qualche tempo fa ero a colloquio in un'agenzia pubblicitaria e il formatore d'azienda con cui stavo parlando mi ha detto:
Lei non è inquadrabile.  Le cose che fa, la sua creatività, l'originalità del suo modo di esprimersi, la rendono difficile da inquadrare in un ambito aziendale.
Per me è stato un grande complimento anche se era solo una constatazione. Ma ho sentito anche un accenno di ammirazione.
Infatti poco dopo mi ha detto: 
Lei è coraggiosa, va avanti per la sua strada anche se scrive cose di nicchia, lei è una che non si arrende mai.
Outsider in the mirror - Autoritratto dell'autrice

Quante persone in questa società si sentirebbero un po' abbattute per non essere inquadrabili in ambito lavorativo? Quante penserebbero di essere sbagliate, incompetenti, illudendosi che quelli inquadrabili abbiano una vita migliore della loro?

Sappiate che meno siete inquadrabili e più saprete sfuggire all'ingranaggio tritatutto del Sistema. Meno siete inquadrabili e più riuscirete a non farvi irretire dal canto delle sirene dei programmi mentali collettivi, e persino le aziende che pagano fior di psicologi per pilotare i gusti dei consumatori non sapranno cosa proporvi. 
Certo, magari avrete all'inizio meno denaro in tasca perché non sarete assunti in un'azienda con uno stipendio fisso mensile.
Ma sarete liberi. 
Liberi di pensare, creare, muovervi, Essere.


giovedì 12 giugno 2014

La vita è un palcoscenico

Uno dei modi per disidentificarsi con il proprio corpo fisico e mentale, rompendo gli schemi, è imparare a guardare la vita come un palcoscenico.
Un vero attore deve essere bravo a impersonare tutti i ruoli che gli vengono affidati, e scegliendone lui stesso di completamente diversi. Un attore che recita sempre lo stesso ruolo, ad esempio il duro, non è un vero attore.


Foto dell'autrice
Invece noi abbiamo la tendenza a restare nella nostra comfort zone, vestendo sempre gli stessi panni. 
Se siamo degli impiegati di banca, una volta usciti dal luogo di lavoro, perché continuare a fare l'impiegato?

Una mamma è anche una donna, magari una moglie, un'amica e può darsi pure una lavoratrice. Eppure, spesso chi è madre ha la tendenza a pensare che una certa cosa non la può più fare perché ora è una mamma. 
Perché mai una mamma non dovrebbe fare le stesse cose che fanno gli altri?
Se ti senti una mamma vuol dire che ti sei identificata completamente in quel ruolo.

Noi facciamo le mamme, gli impiegati di banca, le rockettare andando ai concerti, i mariti e le moglie, ecc., ma non siamo quei ruoli.

La vita è un gioco, è uno psicodramma, e come tale andrebbe vissuta. Entrando ed uscendo dai panni che in quel momento ci paiono più consoni. Oppure, nella consapevolezza, anche rompendo le regole sociali.

Se decidiamo di presentarci a un matrimonio vestiti da punk, ha un senso farlo solo se abbiamo voglia di giocare con noi stessi a sfidare la paura del giudizio. Ma se invece ci andiamo così vestiti perché ci identifichiamo con il ribelle che va contro il sistema borghese, quella è una identificazione. 
Foto dell'autrice


Spesso ci illudiamo di essere noi stessi e di fregarcene del giudizio altrui, ma dove c'è un atto di ribellione verso la società è probabile che ci sia un'identificazione di mezzo.
Invece, dovremmo ribellarci ai noi stessi!

Se vogliamo davvero essere liberi dagli schemi, allora dobbiamo imparare a vestire i ruoli proprio come su un palcoscenico, e allora sì che ci si diverte!


giovedì 17 aprile 2014

Carne da macello

La riflessione di oggi nasce da un dialogo avvenuto di recente.
Stavo parlando con un adolescente in piena fase indolente tipica dell'età, quando mi sono accorta di una cosa.

Al di là della mancanza di voglia di studiare e prendersi un diploma - fase in cui siamo passati più o meno tutti da ragazzi - ho notato che sempre più ragazzi giovanissimi paiono non farsi  domande sul proprio futuro né avere un sogno da coltivare.

Di sicuro nella nostra società ipetecnocologica ci sono tantissime distrazioni, forse troppe per chi si deve ancora interrogare su ciò che vuole diventare da grande.
In realtà la sfida è proprio questa! 
Trovare sé stessi nonostante tutto il brusio intorno a noi che ci rapisce, ipnotizza - poiché è stato studiato apposta! - e ci svuota di domande, illudendoci che tutto ciò di cui necessitiamo sia un lavoro, una casa, tv, sesso e cibo.

Quello che ho fatto presente al ragazzo è che se non coltiviamo un sogno, qualcosa per cui impegnarci, qualcosa in cui crediamo davvero, saremo solo carne da macello.
Il sistema non vede l'ora di buttare milioni di persone inconsapevoli dentro il tritacarne della forza lavoro, nell'un-due-tre, nel mangia-dormi-caga.

Se ci accontentiamo di lasciarci vivere senza domande sul perché siamo qui, senza sogni, senza aspirazioni, siamo già morti anche se ancora respiriamo.
Se non volete finire nel tritacarne del sistema come carne da macello, almeno cominciate a coltivare un sogno, aprite gli occhi, ragazzi!
La scelta sta solo a voi.
A VOI.

lunedì 17 febbraio 2014

Uno su mille

E' cosa nota che in ogni generazione, finiti gli anni della giovinezza in cui si fanno grandi progetti, in cui si è idealisti e sognatori, a conti fatti la maggioranza abbandoni ogni slancio di cambiamento.

Passano vent'anni, e si scopre che solo una percentuale minima, direi irrisoria, è riuscita a realizzare i propri sogni, o comunque si può dire davvero soddisfatta della propria vita.

Foto dell'autrice
Da ragazzi si disprezzavano gli atteggiamenti degli adulti che si erano adattati, accontentati, di tirare avanti a testa bassa in attività insoddisfacenti, frustranti, solo per la paura di non portare a casa il pane.

E poi, cosa succede? Perché anche i figli, alla fine, dimenticano la propria Leggenda Personale per una vita di schiavitù, di asservimento al Sistema, pensando che sia l'unica via possibile?

Penso che oggi, con la crisi economica che ha messo un po' tutti in discussione sui propri ruoli, sulle proprie priorità e su ciò che è superfluo, ci sia la grande opportunità per tutti di alzare la testa e affidarsi al proprio istinto, al proprio cuore e seguire il talento.

Non è più tempo di schiavi, ma di missionari dello spirito, cioè di chi si ascolta e sente la chiamata a essere ciò che è, invece di adattarsi per paura di morire di fame.

E' il pessimismo che frega tutti.
Foto dell'autrice

Ma se impariamo ad affidarci, totalmente, la vita è costretta a sostenerci perché risponde ai nostri reali bisogni. 
Se siamo qui è per uno scopo. 
E non è certo solo lavorare duro a testa bassa senza farsi domande, pagare le tasse e riprodursi. 

Non è più tempo per gli schiavi.
Siamo tutti chiamati a essere portatori di talenti e ad esprimerli, a incarnarli. Il denaro per vivere verrà da sé, come conseguenza inevitabile.